Written probably some day of June 2009, somewhere
Edited March 27, 2010 God knows where
O Dio, trovarmi di nuovo in questa situazione, di totale annullamento di me, sciogliermi dentro qualcosa che non è il sé, una birra, una città, dei suoni.
Seguire quello che mi passa per la mente adesso, senza nessuna apparente connessione, né razionalità, o logica. Dio santo, dev’essere Bologna, dev’essere qualcosa nell’aria o solo il tempo che è cambiato, la brezza che ha incominciato a battere i lembi di pianura da stamattina, inturgidendo leggermente i miei pori, e probabilmente anche quelli delle persone, sparute, che ho incontrato sulla strada verso la stazione.
Da quanto non provavo quella sensazione? Aspetta, quale sensazione? Forse non da molto, dopotutto non è successo niente di che, solo un fremito, un paio di movimenti, un cenno col capo di qualcuno, forse di Gionata, o forse di Roxanne, Roxanne – Dio, che cos’ha Roxanne questi giorni? Ma che dico questi giorni, da mesi a questa parte, forse da quando la conosco, quel misto di rossore, pudicizia e istinto che sale dalle viscere, non è bella Roxanne, Dio no, non sei bella Ro, ma, ma hai qualcosa, il susseguirsi di movimenti rapidissimi delle pupille, ma non come le altre, non le muovi su e giù nervosamente, come per inquadrare, inquadrare qualcosa che non riesci a spiegarti (di solito è questo l’effetto che faccio alle donne che conosco, non riescono a inquadrare il mio viso irregolare), no, sembri tenerle fisse quelle pupille, colore scorza di nocciola, scure come la corteccia, il nero centrale quasi a confondersi, e c’è dell’altro, ma non riesco ad afferrarlo, Dio, non so cos’è – insomma probabilmente meno d’un batter d’ali di farfalla, sul tavolaccio alla trattoria, ma c’è stata una sintonia, qualcosa che ci univa, e che – così – non provavo da tempo.
Aspetta, che sto dicendo, così non l’ho mai provato.
Ma sì, dev’esser l’aria quasi fredda che ha invaso i vicoli del centro, la luce che si protrae solo nelle migliori giornate di fine giugno, così a lungo, probabilmente qualche volto incrociato per strada – e che come nelle puntate di Colombo in cui si parla di pubblicità subliminale, Dio, che ingenue – ti lascia qualcosa addosso, senza che tu lo capisca subito, né capisca cos è.
Dicevo, l’annullamento di sé, non capisco se è perché mi odio o quella solita storia vecchia come il mondo che dice “vorrei essere un altro”, una storia sconosciuta peraltro, fino a un po’ fa, ma ora ben nota, vicina, quasi l’avessi scritta io, come incisa su una pietra con gli strumenti dello scultore. Essere qui ma voler essere da un’altra parte. No, non è quel desiderio di impossibile raggiungimento di un ideale che non c’è, che non saremo mai, no, Dio santo, basterebbe lo spazio occupato a fianco, con le belle more ricciolute sedute sulla ringhiera a spiluccare una pizza, o al locale friulano all’angolo, che mi sa tanto stia ospitando qualche musicista jazz, ma non distinguo, non distinguo più i suoni né i colori, potrebbero provenire tutti dalla stessa fonte e da mille diverse, e soprattutto non m’importa – sì, la prendo come una vittoria – non m’importa nulla di sapere che sono, né da dove vengono, né chi li ha inventati, né perché. È una domanda che andrebbe eliminata, “perché?”, anzi, una parola, eliminare la parola, Dio, se fosse in mio potere agire sul linguaggio, su ciò che di più sedimentato – eppure di diverso, e di vario – hanno gli uomini, di intoccabile, che nessuno pensano avergli consegnato se non la Storia, o Dio in persona, come un cavaliere biondo dall’armatura specchiata con una spada luccicante, che dona al Primo degli Uomini affinché egli favelli, e così tutti i suoi consimili. Andrebbe eliminata, almeno come domanda, non so, lasciamola libera di esistere solo in – poche, accurate, selezionate mio Dio – risposte, cioè affermazioni, ma senza quell’insulso, fastidioso, assillante premerci addosso al cuore – sto soffocando – sempre quella stessa, dannata e maleodorante parola – perché?
Non c’è nessun perché, c’è solo un come. Esistono disposizioni d’essere, non dispositivi. Disporre dovrebbe essere un verbo libero, franco. Nessuno istituisce la causa di qualcosa, perché le cause non esistono. Niente è causato da nessun’altra cosa, cioè da un altro niente. Esiste e basta. Ogni niente esiste di per se stesso e solo di per se stesso, non in virtù di qualcos’altro, chiunque sia questo qualcos’altro che pretende di avere a che pretendere qualcosa su quel primo niente. Ma con quale diritto? Con che arroganza?
Dev’essere decisamente la brezza che, oramai sera fatta, sembra quasi penetrare il vetro a doppia camera dell’edificio. È come se la sentissi, che dico come se – als ob, diceva un mio vecchio zio –, io la sento. Anzi, dirò di più, non solo non ci sono separazioni fisiche (fisiche? Cos’è questa parola? Che significa? “Di natura?” Cos’è questa cosa chiamata natura, che pretende di essere riconosciuta da esseri che non possono, non hanno la facoltà – e tanto meno il diritto – di riconoscere alcunché?) tra me e la brezza, perché la brezza è in me anche se c’è uno spesso vetro in mezzo, ma non esistono le sensazioni, o meglio, non c’è nessun dato esterno di natura che deve essere sentito da nessun animale con terminazioni nervose e complessi neuronali che le organizzano, assolutamente no, ragazzi, ci hanno raccontato delle gran fandonie, niente di tutto questo è reale, anzi reale non è niente di tutto questo, e soprattutto non significa niente. Reale dovrebbe coincidere con esistente? E chi gli ha fatto questo favore, al “reale”, di concedergli un che di così nobile come l’esistenza? Ma che ne sa lui? Io sento la brezza, eppure non è reale direte voi, ma che cosa conta davvero? Il reale o la brezza che sento? Mentre non so nulla di questa cosa che si chiama “reale”, so tutto della brezza, perché è in me e mi ha accarezzato prima. Ma soprattutto, per quelli di voi che pensano che quindi la brezza è perché la sento, cioè è una sensazione, no, cari miei, essa è perché io la istituisco, qui e ora, su questo foglio di carta, o su questo insieme di byte, o su quello che cazzo è.
È quasi interamente passato, Dio, è durato poco, un momento veramente fugace, sta finendo, maledizione, come tutte le cose quando si inizia a divertirsi. Non posso pensare che siano state le due dita di vino. Dio non l’avrebbe permesso. L’annullamento del sé, dicevamo. Non c’entra assolutamente nulla con tutte quelle cazzate tipo “mi voglio suicidare, mi voglio annichilire con della droga”, tutte puttanate che penserebbero solo dei pervertiti del pensiero come voi, che mi state leggendo. L’annullamento del sé è una cosa bella, dovreste pregare perché vi succeda una volta, non ho praticamente mai assunto una droga in vita mia – ma poi che ne sapete, voi, di cos’è la droga, che ne sapete di quando la mente fa davvero dei brutti scherzi –, quando avviene desidereresti essere quell’altra cosa che stai pensando, ma davvero, e questo è bellissimo, perché nessuno che abbia un minimo di sale in zucca vorrebbe rimanere per più di due soli secondi in quello che è, non ci guadagni niente, hai solo che da perderci.
Dev’essere il ritorno a Bologna dopo molto tempo. Un cenno di Roxanne. No, nessun cenno, solo il suo sguardo. Unito ovviamente ai mille miei. Non è niente che si possa descrivere come amore o attrazione sessuale tutto questo. Amore, Dio santo, mai sentito un concetto più banale. Chiunque l’abbia inventato, non è che fosse in gran forma quel giorno, eh? È l’insieme delle cose che mi ha provocato questa reazione. La sensazione di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato completa il quadro, facendolo diventare semplicemente perfetto. Qualcuno parla al microfono del centro. Non ha la più pallida idea che questo condisce con un tocco mirabile la perfezione di questo momento. Spero si renda conto della sua pusillanimità assoluta quando la sua esistenza qui ed ora non venga interamente spiegata dal servirmi come addobbo inutile e scarno del mio quadro di perfezione. Al di fuori di questo, è ovviamente una nullità. Ho mandato una mail con un punto alla fine della frase, iniziata in minuscolo, e un punto a capo.
Questa è la cosa migliore che ho fatto nella mia vita.
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lunedì 20 maggio 2024
sabato 10 febbraio 2024
The Bologna files / 1
Written probably during 2009 in Udine
Edited Sep 3, 2010 in Milan
Desidererei parlare ancora per ore, seduto s’un trespolo sotto a un nido di paglia o di legno, che è lo stesso. Parlare con te di che cosa intendi tu per nodi, concetti, costrutti e altri ammenicoli che la maggior parte delle persone, là fuori – non si sentono per niente, lo ricordavo meno silenzioso questo rifugio per merli e altri uccelli spauriti – non solo non sa cosa siano, ma nemmeno – e questo è fondamentale – vorrebbe né saprebbe saperlo. Che cos’è per te questa cosa che stiamo facendo come fatui vagabondi pazzi alla ricerca di un qualcosa che non c’è, ma che vorremmo ci fosse (a tal punto che dobbiamo costruircela, che è l’atto più malsano che conosca); che cosa se non quello che di più sensato c’è è cercare qualcosa che in sostanza non c’è; che cosa potremmo mai fare noi – a parte mordere dolci orpelli fatti per essere ingeriti aiutandoci con stecchini di legno come se avessimo becchi; e strofinarci le piume ogni tanto badando bene alle nostre rispettive leggerezze – se non questa cosa che è quanto di più sensato per noi e parallelamente e specularmente e perfettamente, letteralmente quanto di più insensato per tutti gli altri, tutti gli altri tutti meno due, che ci passano sotto distrattamente o quasi in una via dal nome essoterico, per il mio sentimento verso di te. Ci penso adesso. Abiti a un civico che è anche un numero primo. I numeri primi rischiano prepotentemente d’essere l’unica cosa plausibilmente affascinante dell’intera teoria matematica sì come è stata elaborata da sempre in Mesopotamia ai nostri caldi giorni in cui fuori è freddo e si respira ancora aria di neve in una Bologna che continua a stupirmi per quanto è bella, nonostante i palazzacci delle ortogonali a via Libia. Parlerei fino a notte di cosa intendi tu per quelle cose lì applicate alla cosa che stai facendo e quanti ancora discorsi faremo che non siano altro che picchiettare amore, e piroettare su zampe come di merli strani, ma pur sempre neri, che ritroverò a rincorrersi al mio ritorno nella casa con giardino in quell’altra città così strana, da quanto è bella. Fino a notte ma è ancora giorno. L’eclissarsi della luce in rapporto alle stagioni non mi ha mai aiutato così poco quanto in questo giorno in cui spero che tu non giunga mai a dirmi quella specie di frase che usano gli (sperabilmente altri) umani per fare una cosa che solo i militari potevano far loro in quanto gergo tecnico. Congedarsi. Infatti ti precedo perché non potrei sopportarlo, da te. Ti saluto io. Ti saluto e non ti saluto, pronuncio quelle interiezioni che servono solo ad armeggiare un altro po’ con il proprio cuore, facendolo balzare come pallone per un bambino non ancora corrotto dalla scoperta che rimbalza. Persino ballonzolare. Mi piace pensare adesso che sia un lanciarti il mio perché tu lo tenga, massaggiandolo, un po’ nelle tue mani, e non ha la consistenza proprio di quel cuore che vorrebbero venderci alla pubblicità, rosso e gommoso come delle caramelle mou di cui non ricordo il nome (e grande), ma nemmeno quella succosa fetidità di un fegato vero o umano, grondante. È qualcosa che si può tenere in mani altrui, ma non troppo, che sennò fa male. E così cerco di scendere dagli scalini uno a uno iniziando sempre dal piede destro. E la tagliente aria di ospedale fuori non mi fa così male. Il tuo semplice essere per me sì.
Edited Sep 3, 2010 in Milan
Desidererei parlare ancora per ore, seduto s’un trespolo sotto a un nido di paglia o di legno, che è lo stesso. Parlare con te di che cosa intendi tu per nodi, concetti, costrutti e altri ammenicoli che la maggior parte delle persone, là fuori – non si sentono per niente, lo ricordavo meno silenzioso questo rifugio per merli e altri uccelli spauriti – non solo non sa cosa siano, ma nemmeno – e questo è fondamentale – vorrebbe né saprebbe saperlo. Che cos’è per te questa cosa che stiamo facendo come fatui vagabondi pazzi alla ricerca di un qualcosa che non c’è, ma che vorremmo ci fosse (a tal punto che dobbiamo costruircela, che è l’atto più malsano che conosca); che cosa se non quello che di più sensato c’è è cercare qualcosa che in sostanza non c’è; che cosa potremmo mai fare noi – a parte mordere dolci orpelli fatti per essere ingeriti aiutandoci con stecchini di legno come se avessimo becchi; e strofinarci le piume ogni tanto badando bene alle nostre rispettive leggerezze – se non questa cosa che è quanto di più sensato per noi e parallelamente e specularmente e perfettamente, letteralmente quanto di più insensato per tutti gli altri, tutti gli altri tutti meno due, che ci passano sotto distrattamente o quasi in una via dal nome essoterico, per il mio sentimento verso di te. Ci penso adesso. Abiti a un civico che è anche un numero primo. I numeri primi rischiano prepotentemente d’essere l’unica cosa plausibilmente affascinante dell’intera teoria matematica sì come è stata elaborata da sempre in Mesopotamia ai nostri caldi giorni in cui fuori è freddo e si respira ancora aria di neve in una Bologna che continua a stupirmi per quanto è bella, nonostante i palazzacci delle ortogonali a via Libia. Parlerei fino a notte di cosa intendi tu per quelle cose lì applicate alla cosa che stai facendo e quanti ancora discorsi faremo che non siano altro che picchiettare amore, e piroettare su zampe come di merli strani, ma pur sempre neri, che ritroverò a rincorrersi al mio ritorno nella casa con giardino in quell’altra città così strana, da quanto è bella. Fino a notte ma è ancora giorno. L’eclissarsi della luce in rapporto alle stagioni non mi ha mai aiutato così poco quanto in questo giorno in cui spero che tu non giunga mai a dirmi quella specie di frase che usano gli (sperabilmente altri) umani per fare una cosa che solo i militari potevano far loro in quanto gergo tecnico. Congedarsi. Infatti ti precedo perché non potrei sopportarlo, da te. Ti saluto io. Ti saluto e non ti saluto, pronuncio quelle interiezioni che servono solo ad armeggiare un altro po’ con il proprio cuore, facendolo balzare come pallone per un bambino non ancora corrotto dalla scoperta che rimbalza. Persino ballonzolare. Mi piace pensare adesso che sia un lanciarti il mio perché tu lo tenga, massaggiandolo, un po’ nelle tue mani, e non ha la consistenza proprio di quel cuore che vorrebbero venderci alla pubblicità, rosso e gommoso come delle caramelle mou di cui non ricordo il nome (e grande), ma nemmeno quella succosa fetidità di un fegato vero o umano, grondante. È qualcosa che si può tenere in mani altrui, ma non troppo, che sennò fa male. E così cerco di scendere dagli scalini uno a uno iniziando sempre dal piede destro. E la tagliente aria di ospedale fuori non mi fa così male. Il tuo semplice essere per me sì.
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martedì 6 settembre 2011
Senza cambio ponte Stalingrado.
Written Sep 1, 2011 in Milano
Revised Sep 6, 2011 in Milano
A Bologna c’è un ponte, un ponte sulla ferrovia. È il ponte di via Stalingrado, e scavalca un dedalo immenso di binari che s’incrociano in una città che delle ferrovie è snodo, e dalle ferrovie è caratteristicamente attraversata in molti dei suoi quartieri. È un ponte alto, dunque, sulla sommità del quale si può anche ammirare una suggestiva skyline: io, ad esempio, la preferisco al tramonto.
Eppure un ponte serve per passarci sopra, non per fermarsi a guardare. Lo faccio in bicicletta per alcuni mesi, da quando ho trasportato la vecchia Galetti artigianale, con cui scorrazzavo (e scorrazzo tuttora) per gli accidentati pavé milanesi, in quel di Bologna, per il mio ultimo periodo lì. Abito in zona Fiera, e per il dipartimento – che senza sorprese si trova in zona universitaria – è la via più breve.
L’impatto col ponte è diverso se si sta andando verso il centro o viceversa: una lunga salita, e (sembra) meno pendente nel primo caso; un “muro”, piuttosto sfidante ma più corto, ad andare a casa. Il servizio strade del comune di Bologna è stato previdente: per gli automobilisti che sfrecciano al lavoro arrivando dalla tangenziale e dalla Fiera, due corsie (a seconda che, giunti alla Porta Mascarella dove il ponte butta nei Viali come un affluente nel corso principale di un fiume, si vada a sinistra e dritti oppure a destra); per chi esce dalla città, una corsia che però si trasforma subito in due appena il lungo declivio comincia a digradare seriamente. A dir la verità, come in molte altre strade di Bologna, non c’è spazio per il marciapiede e la pista ciclable insieme: in questi casi, praticità felsinea vuole che entrambi siano compresi nello stesso spazio, con delle strisce disegnate a segnalarlo. Comunque, questo non cambia la sostanza: il ponte, in bici, va affrontato nel suo manifestarsi essenzialmente come salita, impegnativa da entrambi i punti a valle.
Le discese sono bellissime. Quando vado verso il centro, rimango appena deluso dal sapere che durerà poco; la mia accelerazione progressiva sarà elevata: devo dosare bene i freni e preoccuparmi che i pedoni che incrocio, lenti nelle loro movenze da montanari improvvisati e incedenti a sguardo basso, mi notino e siano consci della mia corsa. Così, preferisco la discesa in direzione opposta: poco sforzo, piuttosto concentrato, a guadagnare il colmo del ponte, e subito l’ampia visuale della discesa che mi si dispiega davanti dà il respiro della montagna appena scalata; e, proprio come in montagna, batte sempre più forte il vento, anche se qui è un’illusione della velocità, un piccolo dono della gravità. Devo solo stare attento a quel tombino (quando, come la maggior parte delle volte, discendo dal lato sinistro del ponte) e all’uscita delle macchine dal complesso sportivo del dopolavoro.
La permanenza in cima dura poco, ma – complice qualche volta in cui sono a piedi – butto sempre un occhio all’orizzonte, specialmente verso la stazione: normale, poiché quello è il lato che faccio più spesso, ed è là che il sole va a buttarsi al crepuscolo: elementare bussola cittadina che mi ricorda, non senza un certo lieve stupore, che i punti cardinali valgono sempre, anche se si è smarriti dentro, e che via Stalingrado è una direttrice Nord della città. Dio sa quante volte ho pensato di portarmi la reflex e di fermarmi a immortalare quella ferraglia sfavillante d’incroci, tale che gli ingegneri ferroviari mi sono sempre sembrati i più intelligenti della categoria. Il fascino di quell’ammasso inestricabile di binari, penso ora, è anche un tardivo riflesso dei miei pensieri sognanti del primo periodo del dottorato, quando via Stalingrado non sapevo nemmeno dov’era – aveva pura entità sonora, facendo solo parte delle curiosità toponomastiche di quella città meravigliosa che mi lamentavo sempre di non riuscire a vivere. Ogni volta che camminavo, lungo la più piana, tipica e porticata via Indipendenza, dal dipartimento alla stazione (soprattutto il venerdì), pensavo sempre che stavo procedendo verso lo snodo baricentrico dell’intero traffico ferroviario italiano, e questo mi dava un senso di libertà (l’ebbrezza di poter andare ovunque, nonostante, di quel nodo, sfruttassi sempre le due solite direttrici Nord-est e Nord-ovest) che ho faticato a ritrovare dopo.
Non ho mai catturato, in forma di foto, il rossore brulicante di quella cartolina in controluce; né i rumori del ponte, che alcune volte ho pensato di fissare sul registratore per interviste: così tipici del veloce traffico automobilistico bolognese, rifratti sui parapetti in pietra dei tratti discendenti del ponte. Porto solo con me le facce, impenetrabili, degli sparuti pedoni e dei pochi ciclisti che come me lo affrontavano scalandolo.
È proprio la salita, il punto. Tutto sommato non sono mai stato in difficoltà di fronte alle salite. Ero o non ero un ciclista “di fondo”, uno che non aveva la potenza e lo scatto per la volata, ma che si piazzava bene “sul lungo” e in montagna? Testa bassa e pedalare: era fisico (il torso magro e stretto, le ossa leggere) ma anche mentale, perché soverchiavo chi non sapeva aspettare e ne raccoglievo i frutti in cima, o giù a valle. Dopo quella BMX cromata con le gomme blu, le bici su cui sfrecciavo da ragazzo erano tutte dotate di cambio, e saperlo dosare era parte della strategia di arrampicata sui pedali.
La Galetti nera e “scasciata”, come disse un giorno L. su quel viale di Milano, quella bici che piace alle ragazze ed è efficiente come l’artigiano veneto che l’ha assemblata, invece, il cambio non ce l’ha. È una bici da città, e la città è piatta, si sa, e Milano – la prosaica, così fottutamente “reale” Milano nel cui intingolo sono immerso da diec’anni, sempre lamentandomene un po’ ma mai riuscendo del tutto a distaccarmene – è la città più piatta delle piatte, piane città di pianura che conosco. Il ponte di via Stalingrado, allora, bisogna affrontarlo così: con la rincorsa, il corpo piegato, ondeggiante di volta in volta da una parte e dall’altra, per calcare i pedali forte, prima che la salita – quella lunga e sfaticante dal lato della periferia – si faccia troppo pendente, perché sennò, poi, non si riesce a recuperare. E a tornare, quando si viene dal centro, è meglio iniziarla subito dalla curva del semaforo, la rincorsa, che sennò – metti anche ci sia qualche pedone che costringe a rallentare leggermente la falcata – è dura anche lì, arrivare in cima senza metter piede a terra.
Io ci ho provato. Sono tre anni che provo a cambiare, ma il cambio non ce l’ho. Prima ho pensato di cambiare bicicletta, ma ho venduto la mia vecchia prima di comprarne una nuova; anzi, no, ne ho comprate due e tutte e due non andavano bene perché le usavo insieme; decidetelo voi: ora, questo, importa relativamente. Poi sono ritornato a quella vecchia, e ho registrato catena e corone, perni e bulloni, ma niente. Mille piccole finiture non fanno un cambio che non c’è.
È da allora, che – anche se il dottorato l’ho finito; anche se non sono più a Bologna e forse non mi manca troppo, perché qui ho tutto; anche se continuo ad oliare e a limare e a registrare, e la Galetti va sempre come deve andare – sono così, viaggio così, vivo così.
Senza cambio ponte Stalingrado.
Revised Sep 6, 2011 in Milano
A Bologna c’è un ponte, un ponte sulla ferrovia. È il ponte di via Stalingrado, e scavalca un dedalo immenso di binari che s’incrociano in una città che delle ferrovie è snodo, e dalle ferrovie è caratteristicamente attraversata in molti dei suoi quartieri. È un ponte alto, dunque, sulla sommità del quale si può anche ammirare una suggestiva skyline: io, ad esempio, la preferisco al tramonto.
Eppure un ponte serve per passarci sopra, non per fermarsi a guardare. Lo faccio in bicicletta per alcuni mesi, da quando ho trasportato la vecchia Galetti artigianale, con cui scorrazzavo (e scorrazzo tuttora) per gli accidentati pavé milanesi, in quel di Bologna, per il mio ultimo periodo lì. Abito in zona Fiera, e per il dipartimento – che senza sorprese si trova in zona universitaria – è la via più breve.
L’impatto col ponte è diverso se si sta andando verso il centro o viceversa: una lunga salita, e (sembra) meno pendente nel primo caso; un “muro”, piuttosto sfidante ma più corto, ad andare a casa. Il servizio strade del comune di Bologna è stato previdente: per gli automobilisti che sfrecciano al lavoro arrivando dalla tangenziale e dalla Fiera, due corsie (a seconda che, giunti alla Porta Mascarella dove il ponte butta nei Viali come un affluente nel corso principale di un fiume, si vada a sinistra e dritti oppure a destra); per chi esce dalla città, una corsia che però si trasforma subito in due appena il lungo declivio comincia a digradare seriamente. A dir la verità, come in molte altre strade di Bologna, non c’è spazio per il marciapiede e la pista ciclable insieme: in questi casi, praticità felsinea vuole che entrambi siano compresi nello stesso spazio, con delle strisce disegnate a segnalarlo. Comunque, questo non cambia la sostanza: il ponte, in bici, va affrontato nel suo manifestarsi essenzialmente come salita, impegnativa da entrambi i punti a valle.
Le discese sono bellissime. Quando vado verso il centro, rimango appena deluso dal sapere che durerà poco; la mia accelerazione progressiva sarà elevata: devo dosare bene i freni e preoccuparmi che i pedoni che incrocio, lenti nelle loro movenze da montanari improvvisati e incedenti a sguardo basso, mi notino e siano consci della mia corsa. Così, preferisco la discesa in direzione opposta: poco sforzo, piuttosto concentrato, a guadagnare il colmo del ponte, e subito l’ampia visuale della discesa che mi si dispiega davanti dà il respiro della montagna appena scalata; e, proprio come in montagna, batte sempre più forte il vento, anche se qui è un’illusione della velocità, un piccolo dono della gravità. Devo solo stare attento a quel tombino (quando, come la maggior parte delle volte, discendo dal lato sinistro del ponte) e all’uscita delle macchine dal complesso sportivo del dopolavoro.
La permanenza in cima dura poco, ma – complice qualche volta in cui sono a piedi – butto sempre un occhio all’orizzonte, specialmente verso la stazione: normale, poiché quello è il lato che faccio più spesso, ed è là che il sole va a buttarsi al crepuscolo: elementare bussola cittadina che mi ricorda, non senza un certo lieve stupore, che i punti cardinali valgono sempre, anche se si è smarriti dentro, e che via Stalingrado è una direttrice Nord della città. Dio sa quante volte ho pensato di portarmi la reflex e di fermarmi a immortalare quella ferraglia sfavillante d’incroci, tale che gli ingegneri ferroviari mi sono sempre sembrati i più intelligenti della categoria. Il fascino di quell’ammasso inestricabile di binari, penso ora, è anche un tardivo riflesso dei miei pensieri sognanti del primo periodo del dottorato, quando via Stalingrado non sapevo nemmeno dov’era – aveva pura entità sonora, facendo solo parte delle curiosità toponomastiche di quella città meravigliosa che mi lamentavo sempre di non riuscire a vivere. Ogni volta che camminavo, lungo la più piana, tipica e porticata via Indipendenza, dal dipartimento alla stazione (soprattutto il venerdì), pensavo sempre che stavo procedendo verso lo snodo baricentrico dell’intero traffico ferroviario italiano, e questo mi dava un senso di libertà (l’ebbrezza di poter andare ovunque, nonostante, di quel nodo, sfruttassi sempre le due solite direttrici Nord-est e Nord-ovest) che ho faticato a ritrovare dopo.
Non ho mai catturato, in forma di foto, il rossore brulicante di quella cartolina in controluce; né i rumori del ponte, che alcune volte ho pensato di fissare sul registratore per interviste: così tipici del veloce traffico automobilistico bolognese, rifratti sui parapetti in pietra dei tratti discendenti del ponte. Porto solo con me le facce, impenetrabili, degli sparuti pedoni e dei pochi ciclisti che come me lo affrontavano scalandolo.
È proprio la salita, il punto. Tutto sommato non sono mai stato in difficoltà di fronte alle salite. Ero o non ero un ciclista “di fondo”, uno che non aveva la potenza e lo scatto per la volata, ma che si piazzava bene “sul lungo” e in montagna? Testa bassa e pedalare: era fisico (il torso magro e stretto, le ossa leggere) ma anche mentale, perché soverchiavo chi non sapeva aspettare e ne raccoglievo i frutti in cima, o giù a valle. Dopo quella BMX cromata con le gomme blu, le bici su cui sfrecciavo da ragazzo erano tutte dotate di cambio, e saperlo dosare era parte della strategia di arrampicata sui pedali.
La Galetti nera e “scasciata”, come disse un giorno L. su quel viale di Milano, quella bici che piace alle ragazze ed è efficiente come l’artigiano veneto che l’ha assemblata, invece, il cambio non ce l’ha. È una bici da città, e la città è piatta, si sa, e Milano – la prosaica, così fottutamente “reale” Milano nel cui intingolo sono immerso da diec’anni, sempre lamentandomene un po’ ma mai riuscendo del tutto a distaccarmene – è la città più piatta delle piatte, piane città di pianura che conosco. Il ponte di via Stalingrado, allora, bisogna affrontarlo così: con la rincorsa, il corpo piegato, ondeggiante di volta in volta da una parte e dall’altra, per calcare i pedali forte, prima che la salita – quella lunga e sfaticante dal lato della periferia – si faccia troppo pendente, perché sennò, poi, non si riesce a recuperare. E a tornare, quando si viene dal centro, è meglio iniziarla subito dalla curva del semaforo, la rincorsa, che sennò – metti anche ci sia qualche pedone che costringe a rallentare leggermente la falcata – è dura anche lì, arrivare in cima senza metter piede a terra.
Io ci ho provato. Sono tre anni che provo a cambiare, ma il cambio non ce l’ho. Prima ho pensato di cambiare bicicletta, ma ho venduto la mia vecchia prima di comprarne una nuova; anzi, no, ne ho comprate due e tutte e due non andavano bene perché le usavo insieme; decidetelo voi: ora, questo, importa relativamente. Poi sono ritornato a quella vecchia, e ho registrato catena e corone, perni e bulloni, ma niente. Mille piccole finiture non fanno un cambio che non c’è.
È da allora, che – anche se il dottorato l’ho finito; anche se non sono più a Bologna e forse non mi manca troppo, perché qui ho tutto; anche se continuo ad oliare e a limare e a registrare, e la Galetti va sempre come deve andare – sono così, viaggio così, vivo così.
Senza cambio ponte Stalingrado.
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domenica 25 luglio 2010
Ospedali.
Written Nov 17, 2009 in Udine
Last revised Jul 25, 2010 in Bologna
Quando urlo nel letto torcendo appena la gamba sull’interno, capiamo entrambi che dobbiamo andare. Non riesco a ricordare se G. mi abbia confessato subito, o solo successivamente, di essersi praticamente addormentato forse un minuto prima del mio urlo. Quello che ricordo bene è la sua faccia, un misto tra stanchezza infinita e rassegnazione benevola, nell’alzarsi dal letto per aiutarmi a vestirmi.
Sul taxi incontro praticamente la persona più felice e serena di questo mondo. Non che non ce ne siano, a Bologna, di “vecchietti” così. Questo non so nemmeno se chiamarlo “vecchietto”, tanto è vispo e tanto è pulito il suo viso, anche attorno agli occhi, mentre mi parla di quando ha fatto il militare in Friuli – a beneficio dei non friulani che magari non lo sanno, circa l’80% dei militari di leva italiani negli ultimi 60 anni hanno fatto “il militare” in Friuli… - e mentre mi spiega, fiero, come funziona bene il sistema automatico di assegnazione delle chiamate della Cotabo. Si rivela cruciale appena lo vediamo, prima di salire in macchina, quando ci dice che il S. Orsola non ha un pronto soccorso ortopedico. E quindi via al Maggiore, perché il mitico Ortopedico Rizzoli chiude il pronto soccorso di notte per lavori. Mi strappa un largo sorriso, poi, quando illustrandomi le magiche virtù del sistema satellitare legge il mio cognome sullo schermo (o glielo dico io?) e fa la rima con “Timau”, il fiume sul quale è stato così impegnato durante la sua leva. Ironia della sorte, e coincidenza che mi rincuora, nella sua “scorciatoia” verso l’ospedale che evita i viali, scorgo il nome di una laterale – via del Timavo.
L’Ospedale Maggiore è un edificio piuttosto imponente e molto nuovo, che mi aveva già colpito in una precedente occasione. Passo il triage tranquillo, e non scorgo situazioni particolarmente disperate. Mi mettono subito su una barella, quattro domande e via, si vede che mi sono fatto male alla gamba e quindi niente saturazione o cose spettacolari alla E.R.. Mi spostano davanti alle porte del pronto soccorso ortopedico, o sala gessi. Qui la situazione è già più caratteristica: un sudamericano basso e smilzo con un paille arancione sbiadito è afflosciato su una barella accanto alla mia, e ogni tanto emette suoni confusi e fastidiosi, rigirandosi malamente sul suo letto mobile; qualcuno gli ha messo addosso una coperta di lana modello ospedale, che però lui ha scombinato variamente e a suo modo. Elemento di tristezza #1. C’è una coppia che G. e io non capiamo bene: lui guaisce di dolore piuttosto frequentemente, rigirandosi su se stesso con estrema libertà, al punto che risulta difficile capire quale sia il suo problema – in ortopedia, di solito uno rimane fermo almeno con l’arto malato… La signora che gli sta a fianco, magrezza eccessiva e faccia rassegnata che contrastano col giubbotto firmato, sembra essere un po’ troppo indifferente alla sofferenza del tizio, come se non gliene fregasse più di tanto, oppure sapesse bene che il tenore dei “lamenti” è spoporzionato rispetto alla ferita. Elemento di tristezza #2. Ci consola il passaggio di una bella ragazza in lettiga con gesso al braccio, accompagnata da uno stuolo di amici: saranno almeno cinque o sei, per fortuna non rumorosi, tra i quali una ragazza sospettosamente bellissima, forse ritoccata in qualche punto ma un po’ troppo giovane per averne davvero avuto bisogno.
L’attesa in questa piccola insenatura di corridoio è a dir poco estenuante. Saranno passate le 3 e mezza. Prima cerchiamo di tenerci svegli e farci compagnia parlando un po’, poi il sonno appesantisce il mio umore già sfidato dalla paura che l’ortopedico mi faccia malissimo, dal fastidio che mi possano mettere un gesso che mi farà uscire dai giochi per parecchio, e dal già provato urto con l’amara, cruda realtà del pronto soccorso di notte. Ringrazio il cielo che ci sia G. con me: lui d’altra parte non perde un briciolo della sua allegria e cordialità, anche se il suo volto esprime stanchezza da tutti i pori. Chiudere gli occhi e riposare un po’ mi dà un sollievo enorme, quasi insperato. Anche G. si riposa.
La prima visita è sconcertante da quanto dura poco. Letteralmente non ho il tempo di entrare con tutta la lettiga nella stanza: il medico, sulla trentacinquina con un bel volto incorniciato da capelli brizzolati e forse un po’ appesantito da una barba sottile con pizzetto, mi viene incontro come se volesse limitare l’invasione della mia “malattia” nel suo studio, tenerla al di fuori. Mi rivolge una domanda frettolosa e generica, del tipo “Cosa abbiamo qui”, e non mi dà l’impressione di stare ascoltandomi davvero quando farfuglio la dinamica dell’incidente. Solleva la gamba e muove un pochino il ginocchio in senso laterale, a destra e a sinistra, come a voler verificare che polpaccio tibia e perone siano ancora attaccati a coscia e quadricipite. Accade tutto così rapidamente che non ho neanche il tempo di pensare che, miracolosamente, non mi sta facendo male – il medico, intendo, non mi sta praticando una di quelle “manovre che ti rimettono a posto quella cosa che era uscita dalla sua sede”, incubo stratificato di racconti in cui nasi, spalle, giunture, ossa vengono ulteriormente martoriati dal medico, dopo essere stati lesi, “per una migliore guarigione”. Dopo una specie di premessa interlocutoria in cui spara a gran velocità un professionale “grossolanamente, di solito in situazioni di questo tipo viene interessato il collaterale mediale”, il responso finale è talmente scontato da provocarmi, ora che ci penso, una smorfia di reazione per eccesso di banalità, pur riconoscendo che questa sia la prassi medica e ortopedica – non è che ci sia tanta creatività, neh, nel constatare che ti sei devastato qualche arto, tentare di capire più o meno come, e poi immobilizzarlo nel modo migliore perché il tempo, il dannato tempo, lo guarisca da solo. Forse è il come lo dice, che aggiunge – o per lo meno non toglie – banalità alla banalità intrinseca nell’indicazione; ma sì, dài, lo avete già intuìto, cosa può dire un ortopedico al pronto soccorso dopo che ti sei “fatto male” al ginocchio o a qualunque altro arto, dove vuoi che ti mandi, la riposta già la sai, ti verrebbe da dirgli “guarda, ci vado io senza che me lo dica tu”, è una strada a senso unico, un giallo di cui è già stato rivelato il finale.
Beh, facciamo una lastra, e poi vediamo.
Mentre G. cerca il nome del ragazzo della sorella, che lavora qui, sulle porte della Radiologia, il mio ginocchio viene fotografato in un paio di posizioni. Ulteriore attesa del referto e della chiamata dell’ortopedico – un altro – che leggerà il referto (o per lo meno me lo auguro) e rivaluterà. La seconda visita si svolge secondo modalità ben diverse: diversa la sala, visibile in tutta la sua lunghezza dalla mia ottica particolare – avete presente la sigla di Scrubs, o una qualunque soggettiva ripresa dalla testiera di una lettiga (scena iniziale e finale di Carlito’s Way? O erano oggettive quelle?), ecco, è una visuale particolare quella che vi si spalanca davanti mentre vi trasportano, e mi preoccupo di ogni angolo in cui potrebbero farmi sbattere – lunghezza che fa tutt’uno con la distanza di questo secondo, più anziano medico, che adotta una forma di contatto con il paziente opposta a quella del primo. Se quello mi era venuto incontro, respingendomi fuori immediatamente, questo se ne sta ben lontano da dove sono io, parcheggiato di fronte a una scrivania, risultandomi più lontano da essa che se fossi seduto; e lui non è già dietro la scrivania, bensì più in là ancora, seduto di lato davanti a un altro tavolo dove c’è un computer, sul quale sta scrivendo qualcosa. Sulla sessantina scarsa, con abbondanti capelli bianco-grigi tagliati corti, e ordinatamente saldati all’addomesticata barba dello stesso colore, al mio stanco e monotonico “buonasera”, un po’ fuori luogo dato che saranno le 5 di mattina, risponde unicamente con un’occhiata tra l’indifferente e il supponente, rigirandosi subito a guardare lo schermo. Quando si alza, chiede “Com è successo” in forma puramente retorica, tanto da non meritarsi nemmeno il punto di domanda mentre scrivo, degno solo di chi sia veramente interessato a una risposta dell’altro. Mi prende la gamba e fa qualche movimento in più rispetto all’altro giovane, impettito collega, soprattutto lateralmente, poi prendo l’iniziativa e gli dico dove mi fa male, anche solo alla palpazione. Reagisce incredibilmente in modo interattivo, quasi empatico, dicendo una cosa del tipo “ah sì, è proprio qui che le fa male, eh?”, ma forse ci metto del mio, ora, ricostruendo la vicenda e imbellendo qualcosa che nella realtà è stato più freddo.
La valutazione non è fulminea come il beh, facciamo una lastra e poi vediamo, perfetto nella sua sintesi e direi quasi letterariamente interessante dell’altro medico, ma comunque rapida, svelta. “Beh mi sembra stabile,”, seguìto da uno scambio di sguardi con l’infermiera, quasi complice, oppure no, forse una sorta di domanda implicita, come a voler sollecitare un’approvazione in lei, qualcosa che scardina per un attimo la prassi medica, la gerarchia – un ortopedico che chiede un’approvazione di un parere clinico a un’infermiera? – oppure forse è solo un modo gentile per chiederle di procedere con la realizzazione pratica di ciò che lui prescrive, e cioè, subito dopo: “mettiamo una ginocchiera di cartone, no?” – ecco, questo rientra molto più all’interno della procedura: diagnosi, terapia: e indicazione all’infermiera.
Forse mi dice anche “adesso le scrivo qualcosa”, ma non potrei giurarci. Quello che è sicuro è che sul momento non mi dice niente che possa assomigliare a una diagnosi o a un referto, lasciandomi tra il deluso e il rassegnato, muto.
L’infermiera è molto brava mentre mi fascia tutta la gamba, dalla caviglia all’anca, con plurimi strati di cotone batuffoloso e garze – chiudendo in un trionfo di fascia elastica che tiene tutto insieme. Parla in tono basso, educato con l’altra infermiera, quella che mi ha portato dal triage al Corridoio della Tristezza, e mi stupisce rivelando una curiosità infinita e un’accurata conoscenza della geografia africana nel momento in cui discorrono di una specie di “settimana di ferie extra obbligatorie a maggio”: “vorrei farmi lo Yemen del Sud o il deserto del…”. La mia memoria non mi assiste nel ricordare la sua seconda destinazione preferita, né forse la mia conoscenza geografica eguaglia la sua, non arrivando a coprire il buco. Leggo qualcosa di profondo dietro la sua corporatura mingherlina, la capigliatura anonima, ingrigita ma tinta leggermente; fatico di più a capire che cosa ci sia dietro l’altra infermiera, dall’aspetto semplice e dai modi un po’ burberi, decisamente più appesantita e con dei bei capelli biondi raccolti in una classica coda di cavallo sopra la nuca. Probabimente subisce la “notte” a giudicare dalle pur non esagerate occhiaie grigiastre, ma non avrebbe un brutto viso; più che altro, forse, è disingentilito dai modi. Mi ricorda una certa semplicità friulana del portarsi.
Alle sei di mattina ricevo referti ortopedici, radiologici e lastra in CD-ROM (!) di cui mi preoccupo subito: se un medico di un altro ospedale vorrà vederla, magari non riuscirà a leggere il CD... Il taxi arriva con qualche difficoltà – forse il sistema non era così intelligente come diceva il vecchino? I furgoni della ristorazione animano l’uscita del pronto soccorso, per altro ancora buio e deserto. Io mi sento veramente molto, molto meglio nonostante la stanchezza. Dopo la lastra mi ero già sentito molto più sollevato. Non ho elencato qui tutti i personaggi del Corridoio della Tristezza. Immagini di una vecchia accettazione al triage del Sant’Orsola erano affiorate durante la lunga attesa. Non c’era solo il fatto del dolore fisico. Quando arriva così tutto insieme a volte mi sembra di non poterlo reggere, e faccio troppe associazioni. L’incidente a volte si lega a un senso di colpa per quello che avremmo potuto fare per evitarlo, o per la probabile causa dipendente da un nostro atteggiamento che non ci è piaciuto. E fermo in attesa nei corridoi di un pronto soccorso, non ho mai potuto fare a meno di rimanere colpito dalla varietà di situazioni umane che ci si presentano, tutte segnate, anche se in gradi variabili e che spesso non riusciamo ad afferrare, da un che di tragico.
Distorsione ginocchio dx con risentimento sul collaterale mediale. Non si evidenziano immagini riferibili a linee di frattura. Si confeziona ginocchiera di cartone a dx, analgesici al bisogno, visita successiva 7 gg.
La moderata bontà della prognosi riflette perfettamente il mio stato mentale al rilascio.
Last revised Jul 25, 2010 in Bologna
Quando urlo nel letto torcendo appena la gamba sull’interno, capiamo entrambi che dobbiamo andare. Non riesco a ricordare se G. mi abbia confessato subito, o solo successivamente, di essersi praticamente addormentato forse un minuto prima del mio urlo. Quello che ricordo bene è la sua faccia, un misto tra stanchezza infinita e rassegnazione benevola, nell’alzarsi dal letto per aiutarmi a vestirmi.
Sul taxi incontro praticamente la persona più felice e serena di questo mondo. Non che non ce ne siano, a Bologna, di “vecchietti” così. Questo non so nemmeno se chiamarlo “vecchietto”, tanto è vispo e tanto è pulito il suo viso, anche attorno agli occhi, mentre mi parla di quando ha fatto il militare in Friuli – a beneficio dei non friulani che magari non lo sanno, circa l’80% dei militari di leva italiani negli ultimi 60 anni hanno fatto “il militare” in Friuli… - e mentre mi spiega, fiero, come funziona bene il sistema automatico di assegnazione delle chiamate della Cotabo. Si rivela cruciale appena lo vediamo, prima di salire in macchina, quando ci dice che il S. Orsola non ha un pronto soccorso ortopedico. E quindi via al Maggiore, perché il mitico Ortopedico Rizzoli chiude il pronto soccorso di notte per lavori. Mi strappa un largo sorriso, poi, quando illustrandomi le magiche virtù del sistema satellitare legge il mio cognome sullo schermo (o glielo dico io?) e fa la rima con “Timau”, il fiume sul quale è stato così impegnato durante la sua leva. Ironia della sorte, e coincidenza che mi rincuora, nella sua “scorciatoia” verso l’ospedale che evita i viali, scorgo il nome di una laterale – via del Timavo.
L’Ospedale Maggiore è un edificio piuttosto imponente e molto nuovo, che mi aveva già colpito in una precedente occasione. Passo il triage tranquillo, e non scorgo situazioni particolarmente disperate. Mi mettono subito su una barella, quattro domande e via, si vede che mi sono fatto male alla gamba e quindi niente saturazione o cose spettacolari alla E.R.. Mi spostano davanti alle porte del pronto soccorso ortopedico, o sala gessi. Qui la situazione è già più caratteristica: un sudamericano basso e smilzo con un paille arancione sbiadito è afflosciato su una barella accanto alla mia, e ogni tanto emette suoni confusi e fastidiosi, rigirandosi malamente sul suo letto mobile; qualcuno gli ha messo addosso una coperta di lana modello ospedale, che però lui ha scombinato variamente e a suo modo. Elemento di tristezza #1. C’è una coppia che G. e io non capiamo bene: lui guaisce di dolore piuttosto frequentemente, rigirandosi su se stesso con estrema libertà, al punto che risulta difficile capire quale sia il suo problema – in ortopedia, di solito uno rimane fermo almeno con l’arto malato… La signora che gli sta a fianco, magrezza eccessiva e faccia rassegnata che contrastano col giubbotto firmato, sembra essere un po’ troppo indifferente alla sofferenza del tizio, come se non gliene fregasse più di tanto, oppure sapesse bene che il tenore dei “lamenti” è spoporzionato rispetto alla ferita. Elemento di tristezza #2. Ci consola il passaggio di una bella ragazza in lettiga con gesso al braccio, accompagnata da uno stuolo di amici: saranno almeno cinque o sei, per fortuna non rumorosi, tra i quali una ragazza sospettosamente bellissima, forse ritoccata in qualche punto ma un po’ troppo giovane per averne davvero avuto bisogno.
L’attesa in questa piccola insenatura di corridoio è a dir poco estenuante. Saranno passate le 3 e mezza. Prima cerchiamo di tenerci svegli e farci compagnia parlando un po’, poi il sonno appesantisce il mio umore già sfidato dalla paura che l’ortopedico mi faccia malissimo, dal fastidio che mi possano mettere un gesso che mi farà uscire dai giochi per parecchio, e dal già provato urto con l’amara, cruda realtà del pronto soccorso di notte. Ringrazio il cielo che ci sia G. con me: lui d’altra parte non perde un briciolo della sua allegria e cordialità, anche se il suo volto esprime stanchezza da tutti i pori. Chiudere gli occhi e riposare un po’ mi dà un sollievo enorme, quasi insperato. Anche G. si riposa.
La prima visita è sconcertante da quanto dura poco. Letteralmente non ho il tempo di entrare con tutta la lettiga nella stanza: il medico, sulla trentacinquina con un bel volto incorniciato da capelli brizzolati e forse un po’ appesantito da una barba sottile con pizzetto, mi viene incontro come se volesse limitare l’invasione della mia “malattia” nel suo studio, tenerla al di fuori. Mi rivolge una domanda frettolosa e generica, del tipo “Cosa abbiamo qui”, e non mi dà l’impressione di stare ascoltandomi davvero quando farfuglio la dinamica dell’incidente. Solleva la gamba e muove un pochino il ginocchio in senso laterale, a destra e a sinistra, come a voler verificare che polpaccio tibia e perone siano ancora attaccati a coscia e quadricipite. Accade tutto così rapidamente che non ho neanche il tempo di pensare che, miracolosamente, non mi sta facendo male – il medico, intendo, non mi sta praticando una di quelle “manovre che ti rimettono a posto quella cosa che era uscita dalla sua sede”, incubo stratificato di racconti in cui nasi, spalle, giunture, ossa vengono ulteriormente martoriati dal medico, dopo essere stati lesi, “per una migliore guarigione”. Dopo una specie di premessa interlocutoria in cui spara a gran velocità un professionale “grossolanamente, di solito in situazioni di questo tipo viene interessato il collaterale mediale”, il responso finale è talmente scontato da provocarmi, ora che ci penso, una smorfia di reazione per eccesso di banalità, pur riconoscendo che questa sia la prassi medica e ortopedica – non è che ci sia tanta creatività, neh, nel constatare che ti sei devastato qualche arto, tentare di capire più o meno come, e poi immobilizzarlo nel modo migliore perché il tempo, il dannato tempo, lo guarisca da solo. Forse è il come lo dice, che aggiunge – o per lo meno non toglie – banalità alla banalità intrinseca nell’indicazione; ma sì, dài, lo avete già intuìto, cosa può dire un ortopedico al pronto soccorso dopo che ti sei “fatto male” al ginocchio o a qualunque altro arto, dove vuoi che ti mandi, la riposta già la sai, ti verrebbe da dirgli “guarda, ci vado io senza che me lo dica tu”, è una strada a senso unico, un giallo di cui è già stato rivelato il finale.
Beh, facciamo una lastra, e poi vediamo.
Mentre G. cerca il nome del ragazzo della sorella, che lavora qui, sulle porte della Radiologia, il mio ginocchio viene fotografato in un paio di posizioni. Ulteriore attesa del referto e della chiamata dell’ortopedico – un altro – che leggerà il referto (o per lo meno me lo auguro) e rivaluterà. La seconda visita si svolge secondo modalità ben diverse: diversa la sala, visibile in tutta la sua lunghezza dalla mia ottica particolare – avete presente la sigla di Scrubs, o una qualunque soggettiva ripresa dalla testiera di una lettiga (scena iniziale e finale di Carlito’s Way? O erano oggettive quelle?), ecco, è una visuale particolare quella che vi si spalanca davanti mentre vi trasportano, e mi preoccupo di ogni angolo in cui potrebbero farmi sbattere – lunghezza che fa tutt’uno con la distanza di questo secondo, più anziano medico, che adotta una forma di contatto con il paziente opposta a quella del primo. Se quello mi era venuto incontro, respingendomi fuori immediatamente, questo se ne sta ben lontano da dove sono io, parcheggiato di fronte a una scrivania, risultandomi più lontano da essa che se fossi seduto; e lui non è già dietro la scrivania, bensì più in là ancora, seduto di lato davanti a un altro tavolo dove c’è un computer, sul quale sta scrivendo qualcosa. Sulla sessantina scarsa, con abbondanti capelli bianco-grigi tagliati corti, e ordinatamente saldati all’addomesticata barba dello stesso colore, al mio stanco e monotonico “buonasera”, un po’ fuori luogo dato che saranno le 5 di mattina, risponde unicamente con un’occhiata tra l’indifferente e il supponente, rigirandosi subito a guardare lo schermo. Quando si alza, chiede “Com è successo” in forma puramente retorica, tanto da non meritarsi nemmeno il punto di domanda mentre scrivo, degno solo di chi sia veramente interessato a una risposta dell’altro. Mi prende la gamba e fa qualche movimento in più rispetto all’altro giovane, impettito collega, soprattutto lateralmente, poi prendo l’iniziativa e gli dico dove mi fa male, anche solo alla palpazione. Reagisce incredibilmente in modo interattivo, quasi empatico, dicendo una cosa del tipo “ah sì, è proprio qui che le fa male, eh?”, ma forse ci metto del mio, ora, ricostruendo la vicenda e imbellendo qualcosa che nella realtà è stato più freddo.
La valutazione non è fulminea come il beh, facciamo una lastra e poi vediamo, perfetto nella sua sintesi e direi quasi letterariamente interessante dell’altro medico, ma comunque rapida, svelta. “Beh mi sembra stabile,”, seguìto da uno scambio di sguardi con l’infermiera, quasi complice, oppure no, forse una sorta di domanda implicita, come a voler sollecitare un’approvazione in lei, qualcosa che scardina per un attimo la prassi medica, la gerarchia – un ortopedico che chiede un’approvazione di un parere clinico a un’infermiera? – oppure forse è solo un modo gentile per chiederle di procedere con la realizzazione pratica di ciò che lui prescrive, e cioè, subito dopo: “mettiamo una ginocchiera di cartone, no?” – ecco, questo rientra molto più all’interno della procedura: diagnosi, terapia: e indicazione all’infermiera.
Forse mi dice anche “adesso le scrivo qualcosa”, ma non potrei giurarci. Quello che è sicuro è che sul momento non mi dice niente che possa assomigliare a una diagnosi o a un referto, lasciandomi tra il deluso e il rassegnato, muto.
L’infermiera è molto brava mentre mi fascia tutta la gamba, dalla caviglia all’anca, con plurimi strati di cotone batuffoloso e garze – chiudendo in un trionfo di fascia elastica che tiene tutto insieme. Parla in tono basso, educato con l’altra infermiera, quella che mi ha portato dal triage al Corridoio della Tristezza, e mi stupisce rivelando una curiosità infinita e un’accurata conoscenza della geografia africana nel momento in cui discorrono di una specie di “settimana di ferie extra obbligatorie a maggio”: “vorrei farmi lo Yemen del Sud o il deserto del…”. La mia memoria non mi assiste nel ricordare la sua seconda destinazione preferita, né forse la mia conoscenza geografica eguaglia la sua, non arrivando a coprire il buco. Leggo qualcosa di profondo dietro la sua corporatura mingherlina, la capigliatura anonima, ingrigita ma tinta leggermente; fatico di più a capire che cosa ci sia dietro l’altra infermiera, dall’aspetto semplice e dai modi un po’ burberi, decisamente più appesantita e con dei bei capelli biondi raccolti in una classica coda di cavallo sopra la nuca. Probabimente subisce la “notte” a giudicare dalle pur non esagerate occhiaie grigiastre, ma non avrebbe un brutto viso; più che altro, forse, è disingentilito dai modi. Mi ricorda una certa semplicità friulana del portarsi.
Alle sei di mattina ricevo referti ortopedici, radiologici e lastra in CD-ROM (!) di cui mi preoccupo subito: se un medico di un altro ospedale vorrà vederla, magari non riuscirà a leggere il CD... Il taxi arriva con qualche difficoltà – forse il sistema non era così intelligente come diceva il vecchino? I furgoni della ristorazione animano l’uscita del pronto soccorso, per altro ancora buio e deserto. Io mi sento veramente molto, molto meglio nonostante la stanchezza. Dopo la lastra mi ero già sentito molto più sollevato. Non ho elencato qui tutti i personaggi del Corridoio della Tristezza. Immagini di una vecchia accettazione al triage del Sant’Orsola erano affiorate durante la lunga attesa. Non c’era solo il fatto del dolore fisico. Quando arriva così tutto insieme a volte mi sembra di non poterlo reggere, e faccio troppe associazioni. L’incidente a volte si lega a un senso di colpa per quello che avremmo potuto fare per evitarlo, o per la probabile causa dipendente da un nostro atteggiamento che non ci è piaciuto. E fermo in attesa nei corridoi di un pronto soccorso, non ho mai potuto fare a meno di rimanere colpito dalla varietà di situazioni umane che ci si presentano, tutte segnate, anche se in gradi variabili e che spesso non riusciamo ad afferrare, da un che di tragico.
Distorsione ginocchio dx con risentimento sul collaterale mediale. Non si evidenziano immagini riferibili a linee di frattura. Si confeziona ginocchiera di cartone a dx, analgesici al bisogno, visita successiva 7 gg.
La moderata bontà della prognosi riflette perfettamente il mio stato mentale al rilascio.
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