Written Sep 5, 2011 in Milano
Revised Sep 6, 2011 in Milano
Al volgere di un’estate di vacanze che, dato il clima, avrei forse pianificato in senso più spiccatamente montano che marino, mi imbatto (in montagna dove passo proprio gli ultimi giorni) in un libercolo dal titolo e dalla copertina intriganti: Pensare l’efficacia in Cina e in Occidente (di François Jullien, Laterza, 2006).
Di che si tratta?
Jullien – docente di filosofia all’Università di Paris-VII – analizza il concetto di efficacia così come si è evoluto in Occidente (partendo dalla filosofia greca e facendo ampio ricorso alla letteratura strategica militare) e lo pone a confronto con lo stesso concetto, inteso dalla cultura cinese (anche qui, ricorrendo largamente all’analisi di filosofi e testi della Cina antica, con alcuni, più brevi “salti” ad evoluzioni ed applicazioni più moderne degli stessi nel Continente asiatico).
In Occidente, afferma Jullien, “efficacia” si riferisce al raggiungimento di obiettivi prefissati nel modo più semplice ed economicamente conveniente. (I bocconiani, ad esempio, vengono ideologicamente perseguitati da tale concetto, e dalle nozioni “sorelle” di “efficienza” ed “economicità”, fin dai primi anni del proprio cursus studiorum). L’impianto concettuale alla base di tale costrutto fondamentale si poggia, dalla filosofia greca appunto, sui due pilastri distinti di “piano o progetto” (ideale), e “realizzazione pratica”, “implementazione” (la traduzione in “realtà effettiva” del piano ideale). Efficaci sono quegli uomini e quelle azioni che più si avvicinano a quanto pianificato, e lo fanno servendosi della “strada più breve” o più conveniente.
D’altra parte, in Oriente, Jullien rintraccia nei filosofi “classici” cinesi (Sun Tzu e Confucio tra i più noti) alcuni concetti che vanno a formare un’idea di efficacia assai differente. Tali concetti si richiamano all’idea di sfruttamento “a proprio vantaggio” della posizione in cui ci si trova: efficace è lo stratega che riesce a far “fluire” il corso delle azioni a suo vantaggio, in corso di svolgimento piuttosto che rispetto a una pianificazione predeterminata che vada “realizzata”, cioè a cui si tenti di far aderire la realtà (pur sapendo benissimo che non ci si riuscirà). Ne consegue un atteggiamento nei confronti della realtà che è più di “assecondamento”, di semina e di paziente attesa del momento favorevole, per i Cinesi, che di modifica o “ribaltamento”, come si evince invece nelle grandi narrazioni di matrice occidentale (qui Jullien si richiama ampiamente alle epopee belliche ed eroiche in diverse epoche, come ad esempio in Omero o nel Romanticismo). Corollario di tale distinzione è che, mentre in Occidente, appunto, il grande stratega è un eroe, colui che riesce a imprimere al corso delle cose la direzione desiderata (e vi riesce quanto più essa sia stata accuratamente pianificata), e in quanto tale viene celebrato, in Oriente il grande generale è invece un attore “silenzioso”, e lo è tanto più quanto maggiore è il suo successo: uno sfruttamento “efficace” di una posizione di partenza non è un’azione che crea scalpore, si misura sul lungo periodo e tale abilità è tanto presente quanto meno è eclatante. È evidente come tali considerazioni si estendano all’àmbito di applicazione della strategia che fa riferimento alla guida di grandi organizzazioni manageriali.
Fatto non di poco conto è il notare come, nella nostra modalità di pensare l’efficacia, vi sia sempre uno scarto tra il modello e la realizzazione: la guerra (ma anche la strategia di un’impresa) “non si svolge mai come la si era progettata e preparata” (p. 26), e perciò il modello teorico ha sempre una funzione asintotica, astratta. Clausewitz nota come Napoleone abbia vinto ad Austerlitz sfruttando il favore della nebbia, contro le previsioni della coalizione austriaca; la recente serie I Kennedy ci presentava pochi giorni fa la tormentata decisione, da parte di John Fitzgerald e quindi degli USA, di appoggiare l’invasione di Cuba da parte dei guerriglieri guatemaltechi nell’operazione “Baia dei Porci”, il cui disastroso fallimento viene giustificato così dai generali statunitensi: “non abbiamo previsto la luna piena” (ciascuno si può divertire a setacciare la propria memoria alla ricerca di simili episodi di storia bellica). Sul contrapposto versante orientale, lascio al lettore il piacere di ritrovare interessanti esempi di applicazione della teoria del “fattore portante” e del “potenziale della situazione” (due nozioni associate alla modalità cinese di pensare l'efficacia) ad eventi politici anche moderni negli ultimi capitoletti del testo.
Jullien – si tenga presente che il pamphlet è una trascrizione di lectures “dal vivo” – argomenta con ritmo incalzante e continui esempi la sua tesi principale, oscillando continuamente tra citazioni tratte dai grandi testi della filosofia ma anche dell’epica (e più in generale del pensiero) delle due grandi tradizioni prese in esame, ed esempi di “applicazione diretta della cultura” che sono più immediati, quotidiani (come il ritrovare nelle nostre lingue europee un modo di dire che si richiama alla nostra peculiare concettualizzazione di efficacia); tale modalità argomentativa rende da un lato assai godibile la lettura e la comprensione, dall’altro lascia un po’ spiazzato lo scienziato sociale di formazione (come chi scrive), che ogni tanto langue alla mancanza di un riferimento a un esperimento o a una ricerca sul campo a supporto di quanto affermato.
Ma tornando al cuore del contenuto, allo studioso di management sovviene immediatamente la distinzione tra teorie strategiche della pianificazione “classica” (Andrews negli anni Settanta) e la visione “emergentista” (es. Mintzberg), in cui alla insistente prescrizione di un’adeguata pianificazione (e a un’aspettativa di efficacia della strategia tanto maggiore quanto più essa possa essere e sia pianificata correttamente) delle prime, si contrapponeva un’esame di situazioni in cui la strategia come sequenza logica e coordinata rispetto a un concetto di efficacia emerge, appunto, dall’azione stessa (è celebre la distinzione tra diversi pattern di strategia possibili, quello deliberato, quello emergente, ecc.). (A sua volta, tale distinzione ammicca alla tripartizione positivismo-soggettivismo-processualismo, derivante dalla – peraltro scarna – elaborazione epistemologica nelle teorie organizzative e manageriali prevalenti, e in particolare alla dicotomia tra il primo e il secondo termine, dove quest’ultimo identificherebbe il riconoscimento ex post di un “ordine”, una sequenza logica tra le azioni già messe in campo, e questa razionalizzazione a posteriori costituirebbe la strategia).
Ma forse, piuttosto che ricondurre le suggestioni di Jullien alle teorie manageriali, interessa di più sforzarci di capire quali lezioni potremmo trarre dalla piacevole e ben documentata lecture di François Jullien.
Un primo esercizio in cui la lettura del libro ci potrebbe aiutare è quello di ampliare i nostri orizzonti in termini di “sguardo sulla Cina”: invece che vederla semplicemente come “il continente della concorrenza sleale” e dell’opaca gestione governativa sul piano dei diritti umani e dell’informazione, potrebbe essere utile (per molti) rifocalizzarla come grande custode di una tradizione millenaria di pensiero, autenticamente altra rispetto a quella occidentale e, come tale, portatrice potenziale di una visione nuova e originale anche rispetto alla strategia e ai temi manageriali.
Uno sguardo “altro” non sospettoso sull’Oriente (e potrebbe facilmente esserlo quello di noi occidentali, che approdando in Cina abbiamo pur sempre il vantaggio di essere esposti a qualcosa di non eccessivamente elaborato preventivamente, se non altro per distanza culturale), attraverso la lente del filosofo-esploratore Jullien, può costituire inoltre un proficuo complemento alla comprensione di quella cultura per chi, come me, ha incontrato quel Paese in modo fugace e turistico, per quanto attento e curioso, nelle poche settimane concesse a un viaggio estivo e a qualche racconto di parenti o amici là emigrati. Che cosa ci ha stupito, cosa ha tradito (molto spesso in senso positivo) le nostre aspettative sul comportamento di quel popolo, sul carattere delle persone? Il tema va trattato in altra sede, ma quel che conta qui è che, leggendo Jullien, potremo forse sconfessare alcuni miti reciproci, “liberandoci dell’etnocentrismo culturale … apr[endo] i due pensieri l’uno all’altro … e circolare allegramente attraverso intelligibilità diverse e farle dialogare, in quanto i due diversi pensieri sono egualmente intelligibili (“logici”)” (p. 80).
E, indubbiamente, lo sforzo di aprire anche solo di un poco il vaso di Pandora di una cultura così vasta e millenaria, può servire a ridimensionarci: a relativizzare, cioè, la visione spesso egocentrica che abbiamo di noi in quanto cultura capace di superbe elaborazioni di pensiero e di immani “realizzazioni”. A porci in prospettiva, rispetto al “Grande Altro” da noi, come, parafrasando Jullien, si può definire l’Oriente estremo rispetto ad altre culture più vicine a quella europea e nordamericana dal punto di vista della matrice storica e culturale (vedi Medio Oriente); con le sue forze e le sue debolezze, ma soprattutto a-valutativamente, nelle sue caratteristiche distintive rispetto, appunto, alla nostra.
Per l’Occidente, che assiste ora con preoccupazione all’impressionante ritmo di crescita dell’economia cinese e ai gravi attuali problemi finanziari che attanagliano gli stati dell’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America – a essere messo in discussione, come sempre accade, è anche il modello culturale sottostante – “attrezzarsi a capire” diventa un compito sempre più urgente. Tuttavia, Jullien non manca, nelle ultimissime pagine, di riservare anche all’Oriente la necessità di comprendere l’“altrove distante” rappresentato dal pensiero di origine europea: questo diverrà forse necessario, secondo l’autore, quando il “potenziale favorevole della situazione” di cui la Cina beneficia oggi si esaurirà, e quella cultura dovrà fare i conti con le “questioni del senso”. Che cosa siano queste questioni lo lascio volentieri in sospeso qui: a beneficio del lettore, spero, a questo punto, incuriosito.
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martedì 6 settembre 2011
venerdì 27 agosto 2010
La prima volta non si scorda mai.
Written Aug 09, 2010 in San’ya, Hainan, China
Revised throughout August in various localities of mainland China
Last revised Aug 27, 2010 in Milano
L’aeroporto era piccolo ma sembrava tutto nuovo, carino. Tetto in legno con travi, spiovente, alla cinese. Entriamo da fuori attraverso un gate dedicato a passeggeri provenienti da Hong Kong, Macao e Taiwan. Il controllo passaporti prima mi indispettisce un po’ per l’attesa, ma è più la stanchezza, forse. Il personale è il primo elemento diverso –
Hanno la divisa verde militare questi qui, e le camicie verdino più chiaro a maniche corte, e hanno volti più duri, volti più duri – ma dove sono quei commessi di Hong Kong tutti sorridenti, coi loro tagli modaioli e occidentali, dove sono gli stewart di terra così gentili e incravattati, tutti questi tizi che entrando e uscendo da grattacieli e centri commerciali, passaggi sopra autostrade cittadine che non sai mai se sei dentro uno spazio pubblico o un negozio, e hanno divise tutte diverse, e sembrava che non esistesse la polizia lì, e che non ce ne fosse bisogno soprattutto – la stanchezza tende a innervosirmi ma mi innervosisce ancor di più il tentare di dissuadere il nervosismo da stanchezza, ma ho paura d’innervosirmi, perché ora sono qui, davanti a un ufficiale dell’Immigrazione della Repubblica Popolare, e ha la divisa verde oliva questo qui, la camicia verdino appena un po’ più chiaro con le maniche corte; ci mette un po’ a controllare il tutto, e c’è un collega subito al di là del gabbiotto di questo, che sta ritto in piedi e sembra sorvegliare le cose lì attorno, e io non voglio certo dare nell’occhio, ché poi neanche c’avessi qualcosa da nascondere, e che c’ho da nascondere io? Niente, sono qui in viaggio di nozze, figurati – un timbro, poi un altro timbro, sfoglia veloce le pagine del passaporto questo ufficiale, eh? Beh probabilmente ne ha sfogliati di passaporti, anche se non so quanti italiani… - e adesso va bene, via verso la Cina, via verso qualcosa che mi hanno detto che è un hotel di lusso – ci sono tanti orientali vestiti bene sul volo, e vengono tutti qui a San’Ya come noi – anche Giulia si libera e corriamo verso il nostro autista, diverso dal tarda mezzetà, tinto arancione stile coloniale che ci aveva accolto a Hong Kong in un parcheggio coloniale s’un pulmino coloniale con cambio automatico coloniale…
Ouch se soffoca anche questo caldo, non saprei non ci sono i pullman double-decker del Sightseeing non ci sono gli aerei e le navi del traffico della Baia ma qui l’umidità ti entra nelle ossa, ti prende subito alla milza e ti torce il respiro nelle budella – ma come hanno fatto quei deficienti degli americani a starsene undic’anni in guerra qui – scoprirò più tardi dalla lonelyplanet che siamo alla stessa latitudine del Vietnam e delle Hawaii, e dal primo nemmeno tanto lontani di longitudine, deh – è questa la prima sensazione quando finisce la tettoia a pagoda del piccolo aeroporto, “arrivi per provenienti da Hong Kong, Macao e Taiwan”… temo per la parte di aeroporto che accoglie i mainlanders, ma ci penserò davvero solo più tardi – e poi via – valigia più grande nell’abitacolo di questa che sembra una specie di Avensis, credo sia giapponese, forse addirittura Toyota come le sembianze, ma non posso giurarci ora – nell’abitacolo ma a me sembrava ci fosse lo spazio dietro, nel bagagliaio, o forse lì il Nostro aveva qualche trabiccolo che ingombrava
la pioggia tropicale mentre scrivo nella notte dell’Isola di Hainan finisce
e via ma non più spediti come a Hong Kong, non più attraverso vialoni che non fosse il grigio prevalente il colore, del cielo delle strade del cemento del mare, non fosse, parrebbe di essere a Miami o a Luanda, e non a Hong Kong – a tutt’altro passo di marcia, e di aria condizionata ce n’è ma il Nostro la usa con parsimonia, aggiustando spesso la manopolina e le bocchette, e… ma come guida, che stai facendo? Non si innesta la terza così presto, non fare questo a un italiano, non a un appassionato di guida, - ripete la stessa operazione per quarta e quinta, Dio, saremo a cinquanta scarsi, e lui è già in quinta, e stessa cosa per le scalate, e via, si va – vialone costeggiato di palme che parrebbe d’essere a Miami, o a Lahore, non fosse che per il color madreperla del cielo, che è simile a quando da noi sta per scendere un diluvio, o quello che noi chiamiamo diluvio, perché che cosa sia veramente un diluvio lo sanno solo in due, Noè e i cinesi (ma purtroppo, qualche giorno dopo, molto meglio l’avrebbero saputo i pakistani), potremmo essere in una qualunque bella metropoli tropicale ben tenuta occidentale o africana, non fosse che per delle specie di piccolissimi mulini a vento bianchi, nuovi, che girano attaccati poco sotto la luce dei lampioni, e potrebbero essere giostre, ma anche strani ammennicoli che il Governo cinese ha installato per obiettivi a me sconosciuti ma senz’altro temibili, direi di sicurezza, di intelligence o comunque volti al controllo delle anime della popolazione o dei turisti; e via – ma questo è solo il viale d’uscita dall’aeroporto, ché non so cosa ci aspetta, ma quando arriva è sicuramente inaspettato e la prosa deve farsi più contorta e contrita ancora
Palazzi palazzoni Dio una motoretta – ma che fa? – è completamente contromano su un’autostrada ancora palazzi non finiti in costruzione in costruzione sembra tutto dannatamente in costruzione ma chi ci abita forse sono pieni di cinesi già lì in questo momento ma il grigio del cielo non mi permette di intravvederli,
palazzi palazzoni palazzi in costruzione un po’ diversi da quelle torri agghiaccianti di Lantau e vicino all’aeroporto di Hong Kong ma comunque impressionanti, non saprei dire se migliori o peggiori, perché qui anche le categorie di giudizio si sfaldano e si ammorbidiscono come le milze esposte all’umido delle due; il vialone si fa ancor più grosso a tre corsie frastagliato di rotonde enormi in cui veicoli – macchine berline medio taglio grosse BMW qualche suv motorini motorette tutti i motorini qui hanno i pedali e spesso glieli vedo anche usare biciclette bici con rimorchio tricicli; ma pochi quadricicli e risciò, qui non c’è spazio per la Cina dei risciò e delle bighe a traino umano di piloti con cappello spiovente di un quadro preso a Canton e appeso alle pareti oro-ocra di uno studio di bambini affacciato su edere di periferia udinese quando battevano ancora gli anni novanta; o meglio non c’è tempo, non c’è più tempo per questa rappresentazione stereotipata del Grande Paese della Tradizione – qui tutto viaggia a mille, il turismo che ancora faccio fatica a inquadrare in questo viaggio dell’assurdo, leggerò, cambia completamente il volto di quest’isola dai contorni strani che fino a pochi anni fa era il confino per i dissidenti del Partito, Il Partito, sì proprio il dannato temibile Partito Comunista Cinese
e ancora carri carretti camion camioncini camionette moto motorini e motorette (financo motocarrozzette), carichi di ogni genere e dalle varie portate – laterizi foglie di palme pacchi fatti di carta da pacchi e carta da sacchi di patate e caffè tipo sudamericano tipo nei film di Bud Spencer ambientati in qualche posto sudamericano, ma soprattutto con una costante – caricare persone in qualunque modo possibile e secondo le combinazioni le più diverse, tre in moto uno di fianco al centro gli altri due agli estremi uno che guarda davanti l’altro indietro è solo una delle molteplici combinazioni possibili; vedo procedere nell’altra direzione un camion grosso con cassone per ghiaia – di quelli che da noi sono guidati solo da uomini barbuti e con i coglioni grossi così, e che noi ci figuriamo siano le cose mobili più pesanti che abbiamo mai visto – ci sono delle persone nel cassone, Dio, delle persone, probabilmente sopra qualcosa che potrebbe essere ghiaia laterizi ferraglia o anche listoni di marmo o di travertino per uno dei resort dell’isola, visto che il cassone è molto alto e le facce vietnamite delle donne – donne – che sporgono da esso si vedono bene;
facce e corpi di donne e uomini su queste bici moto motorini e motorette, tutti vanno piano compreso il Nostro, che ora in uno slancio sarà a sessanta in quinta, e se potesse metterebbe la sesta, tutti tranne quelli coi suv oscurati e Dio, passa Quello, passa una cosa che non ci sta proprio tra queste specie di mangrovie il color plumbeo del cielo i falansteri non finiti le camionette e le facce vietnamite di piccoli vietnamiti che tagliano foglie di palma ai bordi delle strade con le falci – passa una limousine giallo fosforescente che non l’ho vista, così, neanche a New York a Capodanno, passa e non c’entra niente, il giallo fosforescente non riluce nel piombo vestito di verde foglia di palma, non riluce
facce vietnamite olivastre e ora rese di un color terra di Siena dal sole, quali coperte completamente da cappello cinese di paglia a tre piani e fazzoletto, liberi solo occhi raramente protetti da lenti solari, quali completamente esposte, su bici moto motorini e motorette, e corpi – corpi magri smunti molto più magri dei già magri ometti e signorine degli alberghi di Hong Kong, che piaceranno chissà quanto ai maniaci della moda anoressica occidentale, bassi bassini e con le spalle strette, ma questo lo realizzeremo meglio più avanti quando conosceremo i dipendenti del nostro albergo
e la pericolosità, il governo assoluto del caso nella regolazione dei rapporti tra queste entità veicolari, macchine moto motorini e quello che già sapete d’altro, il Caso quale unico re oltre alla Lentezza principio ordinatore immanente e alla Guida a Destra come restaurato ordine delle cose (e venendo da Hong Kong questo è l’unico sollievo visivo e direi intellettuale che si offre al viaggiatore occidentale non britannico), il Caso che fa sì che in autostrade a tre corsie per senso, carretti trainati da umani possano sbucare attraversare e porsi sulla corsia di destra procedendo contromano normalmente; che alle rotonde la modalità di regolazione sia nemmeno “il più forte o il più veloce”, ma semplicemente “quello che capita passa per primo”; che io trasalisca letteralmente, nonostante la velocità ridicola, quando il Nostro ci sembra puntare letteralmente una di quelle entità veicolanti e fluttuanti in questo mare grigio di bitume – come a volerla, in italiano volgare, tirare sotto, salvo correggere all’ultimo con una parvenza di convenienza nell’allargare una curva o qualcosa di simile a volerselo proprio immaginare.
E ancora palazzi palazzoni e cartelli in cinese, grossi cartelli del tutto incomprensibili tappezzano gli stradoni, e le palme paiono verde militare anche loro, e il cielo grigio MIG russo. Le targhe con su ideogrammi e un solo carattere di quell’altro alfabeto, qui minore – a parte i numeri, sorprendentemente comuni tra i nostri due pianeti. Audi Q7 ci passano da destra e facce vietnamite ci scrutano da dietro qualche palma, quelle che non riposano. Qualche ragazzo, sparuto, ha caschi più da cantiere che da motociclista. E non saprei dire se donne vietnamite su cassoni di camion di ghiaia dovrebbero o meno portare caschi omologati, non saprei.
Revised throughout August in various localities of mainland China
Last revised Aug 27, 2010 in Milano
L’aeroporto era piccolo ma sembrava tutto nuovo, carino. Tetto in legno con travi, spiovente, alla cinese. Entriamo da fuori attraverso un gate dedicato a passeggeri provenienti da Hong Kong, Macao e Taiwan. Il controllo passaporti prima mi indispettisce un po’ per l’attesa, ma è più la stanchezza, forse. Il personale è il primo elemento diverso –
Hanno la divisa verde militare questi qui, e le camicie verdino più chiaro a maniche corte, e hanno volti più duri, volti più duri – ma dove sono quei commessi di Hong Kong tutti sorridenti, coi loro tagli modaioli e occidentali, dove sono gli stewart di terra così gentili e incravattati, tutti questi tizi che entrando e uscendo da grattacieli e centri commerciali, passaggi sopra autostrade cittadine che non sai mai se sei dentro uno spazio pubblico o un negozio, e hanno divise tutte diverse, e sembrava che non esistesse la polizia lì, e che non ce ne fosse bisogno soprattutto – la stanchezza tende a innervosirmi ma mi innervosisce ancor di più il tentare di dissuadere il nervosismo da stanchezza, ma ho paura d’innervosirmi, perché ora sono qui, davanti a un ufficiale dell’Immigrazione della Repubblica Popolare, e ha la divisa verde oliva questo qui, la camicia verdino appena un po’ più chiaro con le maniche corte; ci mette un po’ a controllare il tutto, e c’è un collega subito al di là del gabbiotto di questo, che sta ritto in piedi e sembra sorvegliare le cose lì attorno, e io non voglio certo dare nell’occhio, ché poi neanche c’avessi qualcosa da nascondere, e che c’ho da nascondere io? Niente, sono qui in viaggio di nozze, figurati – un timbro, poi un altro timbro, sfoglia veloce le pagine del passaporto questo ufficiale, eh? Beh probabilmente ne ha sfogliati di passaporti, anche se non so quanti italiani… - e adesso va bene, via verso la Cina, via verso qualcosa che mi hanno detto che è un hotel di lusso – ci sono tanti orientali vestiti bene sul volo, e vengono tutti qui a San’Ya come noi – anche Giulia si libera e corriamo verso il nostro autista, diverso dal tarda mezzetà, tinto arancione stile coloniale che ci aveva accolto a Hong Kong in un parcheggio coloniale s’un pulmino coloniale con cambio automatico coloniale…
Ouch se soffoca anche questo caldo, non saprei non ci sono i pullman double-decker del Sightseeing non ci sono gli aerei e le navi del traffico della Baia ma qui l’umidità ti entra nelle ossa, ti prende subito alla milza e ti torce il respiro nelle budella – ma come hanno fatto quei deficienti degli americani a starsene undic’anni in guerra qui – scoprirò più tardi dalla lonelyplanet che siamo alla stessa latitudine del Vietnam e delle Hawaii, e dal primo nemmeno tanto lontani di longitudine, deh – è questa la prima sensazione quando finisce la tettoia a pagoda del piccolo aeroporto, “arrivi per provenienti da Hong Kong, Macao e Taiwan”… temo per la parte di aeroporto che accoglie i mainlanders, ma ci penserò davvero solo più tardi – e poi via – valigia più grande nell’abitacolo di questa che sembra una specie di Avensis, credo sia giapponese, forse addirittura Toyota come le sembianze, ma non posso giurarci ora – nell’abitacolo ma a me sembrava ci fosse lo spazio dietro, nel bagagliaio, o forse lì il Nostro aveva qualche trabiccolo che ingombrava
la pioggia tropicale mentre scrivo nella notte dell’Isola di Hainan finisce
e via ma non più spediti come a Hong Kong, non più attraverso vialoni che non fosse il grigio prevalente il colore, del cielo delle strade del cemento del mare, non fosse, parrebbe di essere a Miami o a Luanda, e non a Hong Kong – a tutt’altro passo di marcia, e di aria condizionata ce n’è ma il Nostro la usa con parsimonia, aggiustando spesso la manopolina e le bocchette, e… ma come guida, che stai facendo? Non si innesta la terza così presto, non fare questo a un italiano, non a un appassionato di guida, - ripete la stessa operazione per quarta e quinta, Dio, saremo a cinquanta scarsi, e lui è già in quinta, e stessa cosa per le scalate, e via, si va – vialone costeggiato di palme che parrebbe d’essere a Miami, o a Lahore, non fosse che per il color madreperla del cielo, che è simile a quando da noi sta per scendere un diluvio, o quello che noi chiamiamo diluvio, perché che cosa sia veramente un diluvio lo sanno solo in due, Noè e i cinesi (ma purtroppo, qualche giorno dopo, molto meglio l’avrebbero saputo i pakistani), potremmo essere in una qualunque bella metropoli tropicale ben tenuta occidentale o africana, non fosse che per delle specie di piccolissimi mulini a vento bianchi, nuovi, che girano attaccati poco sotto la luce dei lampioni, e potrebbero essere giostre, ma anche strani ammennicoli che il Governo cinese ha installato per obiettivi a me sconosciuti ma senz’altro temibili, direi di sicurezza, di intelligence o comunque volti al controllo delle anime della popolazione o dei turisti; e via – ma questo è solo il viale d’uscita dall’aeroporto, ché non so cosa ci aspetta, ma quando arriva è sicuramente inaspettato e la prosa deve farsi più contorta e contrita ancora
Palazzi palazzoni Dio una motoretta – ma che fa? – è completamente contromano su un’autostrada ancora palazzi non finiti in costruzione in costruzione sembra tutto dannatamente in costruzione ma chi ci abita forse sono pieni di cinesi già lì in questo momento ma il grigio del cielo non mi permette di intravvederli,
palazzi palazzoni palazzi in costruzione un po’ diversi da quelle torri agghiaccianti di Lantau e vicino all’aeroporto di Hong Kong ma comunque impressionanti, non saprei dire se migliori o peggiori, perché qui anche le categorie di giudizio si sfaldano e si ammorbidiscono come le milze esposte all’umido delle due; il vialone si fa ancor più grosso a tre corsie frastagliato di rotonde enormi in cui veicoli – macchine berline medio taglio grosse BMW qualche suv motorini motorette tutti i motorini qui hanno i pedali e spesso glieli vedo anche usare biciclette bici con rimorchio tricicli; ma pochi quadricicli e risciò, qui non c’è spazio per la Cina dei risciò e delle bighe a traino umano di piloti con cappello spiovente di un quadro preso a Canton e appeso alle pareti oro-ocra di uno studio di bambini affacciato su edere di periferia udinese quando battevano ancora gli anni novanta; o meglio non c’è tempo, non c’è più tempo per questa rappresentazione stereotipata del Grande Paese della Tradizione – qui tutto viaggia a mille, il turismo che ancora faccio fatica a inquadrare in questo viaggio dell’assurdo, leggerò, cambia completamente il volto di quest’isola dai contorni strani che fino a pochi anni fa era il confino per i dissidenti del Partito, Il Partito, sì proprio il dannato temibile Partito Comunista Cinese
e ancora carri carretti camion camioncini camionette moto motorini e motorette (financo motocarrozzette), carichi di ogni genere e dalle varie portate – laterizi foglie di palme pacchi fatti di carta da pacchi e carta da sacchi di patate e caffè tipo sudamericano tipo nei film di Bud Spencer ambientati in qualche posto sudamericano, ma soprattutto con una costante – caricare persone in qualunque modo possibile e secondo le combinazioni le più diverse, tre in moto uno di fianco al centro gli altri due agli estremi uno che guarda davanti l’altro indietro è solo una delle molteplici combinazioni possibili; vedo procedere nell’altra direzione un camion grosso con cassone per ghiaia – di quelli che da noi sono guidati solo da uomini barbuti e con i coglioni grossi così, e che noi ci figuriamo siano le cose mobili più pesanti che abbiamo mai visto – ci sono delle persone nel cassone, Dio, delle persone, probabilmente sopra qualcosa che potrebbe essere ghiaia laterizi ferraglia o anche listoni di marmo o di travertino per uno dei resort dell’isola, visto che il cassone è molto alto e le facce vietnamite delle donne – donne – che sporgono da esso si vedono bene;
facce e corpi di donne e uomini su queste bici moto motorini e motorette, tutti vanno piano compreso il Nostro, che ora in uno slancio sarà a sessanta in quinta, e se potesse metterebbe la sesta, tutti tranne quelli coi suv oscurati e Dio, passa Quello, passa una cosa che non ci sta proprio tra queste specie di mangrovie il color plumbeo del cielo i falansteri non finiti le camionette e le facce vietnamite di piccoli vietnamiti che tagliano foglie di palma ai bordi delle strade con le falci – passa una limousine giallo fosforescente che non l’ho vista, così, neanche a New York a Capodanno, passa e non c’entra niente, il giallo fosforescente non riluce nel piombo vestito di verde foglia di palma, non riluce
facce vietnamite olivastre e ora rese di un color terra di Siena dal sole, quali coperte completamente da cappello cinese di paglia a tre piani e fazzoletto, liberi solo occhi raramente protetti da lenti solari, quali completamente esposte, su bici moto motorini e motorette, e corpi – corpi magri smunti molto più magri dei già magri ometti e signorine degli alberghi di Hong Kong, che piaceranno chissà quanto ai maniaci della moda anoressica occidentale, bassi bassini e con le spalle strette, ma questo lo realizzeremo meglio più avanti quando conosceremo i dipendenti del nostro albergo
e la pericolosità, il governo assoluto del caso nella regolazione dei rapporti tra queste entità veicolari, macchine moto motorini e quello che già sapete d’altro, il Caso quale unico re oltre alla Lentezza principio ordinatore immanente e alla Guida a Destra come restaurato ordine delle cose (e venendo da Hong Kong questo è l’unico sollievo visivo e direi intellettuale che si offre al viaggiatore occidentale non britannico), il Caso che fa sì che in autostrade a tre corsie per senso, carretti trainati da umani possano sbucare attraversare e porsi sulla corsia di destra procedendo contromano normalmente; che alle rotonde la modalità di regolazione sia nemmeno “il più forte o il più veloce”, ma semplicemente “quello che capita passa per primo”; che io trasalisca letteralmente, nonostante la velocità ridicola, quando il Nostro ci sembra puntare letteralmente una di quelle entità veicolanti e fluttuanti in questo mare grigio di bitume – come a volerla, in italiano volgare, tirare sotto, salvo correggere all’ultimo con una parvenza di convenienza nell’allargare una curva o qualcosa di simile a volerselo proprio immaginare.
E ancora palazzi palazzoni e cartelli in cinese, grossi cartelli del tutto incomprensibili tappezzano gli stradoni, e le palme paiono verde militare anche loro, e il cielo grigio MIG russo. Le targhe con su ideogrammi e un solo carattere di quell’altro alfabeto, qui minore – a parte i numeri, sorprendentemente comuni tra i nostri due pianeti. Audi Q7 ci passano da destra e facce vietnamite ci scrutano da dietro qualche palma, quelle che non riposano. Qualche ragazzo, sparuto, ha caschi più da cantiere che da motociclista. E non saprei dire se donne vietnamite su cassoni di camion di ghiaia dovrebbero o meno portare caschi omologati, non saprei.
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