Written probably during 2009 in Udine
Edited Sep 3, 2010 in Milan
Desidererei parlare ancora per ore, seduto s’un trespolo sotto a un nido di paglia o di legno, che è lo stesso. Parlare con te di che cosa intendi tu per nodi, concetti, costrutti e altri ammenicoli che la maggior parte delle persone, là fuori – non si sentono per niente, lo ricordavo meno silenzioso questo rifugio per merli e altri uccelli spauriti – non solo non sa cosa siano, ma nemmeno – e questo è fondamentale – vorrebbe né saprebbe saperlo.
Che cos’è per te questa cosa che stiamo facendo come fatui vagabondi pazzi alla ricerca di un qualcosa che non c’è, ma che vorremmo ci fosse (a tal punto che dobbiamo costruircela, che è l’atto più malsano che conosca); che cosa se non quello che di più sensato c’è è cercare qualcosa che in sostanza non c’è; che cosa potremmo mai fare noi – a parte mordere dolci orpelli fatti per essere ingeriti aiutandoci con stecchini di legno come se avessimo becchi; e strofinarci le piume ogni tanto badando bene alle nostre rispettive leggerezze – se non questa cosa che è quanto di più sensato per noi e parallelamente e specularmente e perfettamente, letteralmente quanto di più insensato per tutti gli altri, tutti gli altri tutti meno due, che ci passano sotto distrattamente o quasi in una via dal nome essoterico, per il mio sentimento verso di te.
Ci penso adesso.
Abiti a un civico che è anche un numero primo. I numeri primi rischiano prepotentemente d’essere l’unica cosa plausibilmente affascinante dell’intera teoria matematica sì come è stata elaborata da sempre in Mesopotamia ai nostri caldi giorni in cui fuori è freddo e si respira ancora aria di neve in una Bologna che continua a stupirmi per quanto è bella, nonostante i palazzacci delle ortogonali a via Libia. Parlerei fino a notte di cosa intendi tu per quelle cose lì applicate alla cosa che stai facendo e quanti ancora discorsi faremo che non siano altro che picchiettare amore, e piroettare su zampe come di merli strani, ma pur sempre neri, che ritroverò a rincorrersi al mio ritorno nella casa con giardino in quell’altra città così strana, da quanto è bella. Fino a notte ma è ancora giorno. L’eclissarsi della luce in rapporto alle stagioni non mi ha mai aiutato così poco quanto in questo giorno in cui spero che tu non giunga mai a dirmi quella specie di frase che usano gli (sperabilmente altri) umani per fare una cosa che solo i militari potevano far loro in quanto gergo tecnico. Congedarsi. Infatti ti precedo perché non potrei sopportarlo, da te. Ti saluto io. Ti saluto e non ti saluto, pronuncio quelle interiezioni che servono solo ad armeggiare un altro po’ con il proprio cuore, facendolo balzare come pallone per un bambino non ancora corrotto dalla scoperta che rimbalza. Persino ballonzolare. Mi piace pensare adesso che sia un lanciarti il mio perché tu lo tenga, massaggiandolo, un po’ nelle tue mani, e non ha la consistenza proprio di quel cuore che vorrebbero venderci alla pubblicità, rosso e gommoso come delle caramelle mou di cui non ricordo il nome (e grande), ma nemmeno quella succosa fetidità di un fegato vero o umano, grondante. È qualcosa che si può tenere in mani altrui, ma non troppo, che sennò fa male. E così cerco di scendere dagli scalini uno a uno iniziando sempre dal piede destro. E la tagliente aria di ospedale fuori non mi fa così male. Il tuo semplice essere per me sì.
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sabato 10 febbraio 2024
Quale Venezia sei?
Written Feb 13, 2013 in Milan
Edited Jul 25, 2015 in Crema
Che donna sei, Venezia?
Di tutte le città possiamo dire che donna sono: Udine, ad esempio, per me è mamma, e amata anche quando mi fa arrabbiare, quando non sopporto qualcosa di lei che ne fa parte, la intesse, e che io ho rifiutato. (Per inciso, Udine è bella, bella come una mamma bella, com’è veramente mia mamma). Milano… Milano è difficile, ineffabile; potrebbe esser vista, nei momenti peggiori, come una donna vicina che si ama e si odia insieme, attraente ma inarrivabile, forse subdola e addirittura infedele, ma dalla quale si finisce per ritornare senza sapere bene il perché. Bologna… Bologna è bellissima, è la donna più affascinante che avete conosciuto – vi sarà capitato, almeno una volta, di rimanere attoniti, folgorati dalla bellezza di una donna che vi toglie il respiro: che emana un’aura di magia quando la incontrate, ve la fa rincontrare quando non ve l’aspettereste, vi risolleva quando eravate inginocchiati e vi fa venir voglia di andare a rincorrerla alla fermata dell’autobus prima che sia troppo tardi, invece di correre a casa con la vostra stupida bicicletta. (Un giorno ho preso la tangenziale di Bologna in direzione opposta a quella desiderata: non chiedetemi come sia stato possibile che io abbia raggiunto la mia uscita, senza compiere un intero giro).
E tu chi sei, Venezia?
Tanto per cominciare, Sei Venezia, per citare il titolo di libro-dvd di Carlo Mazzacurati. Tiziano Scarpa, in un libro che ho scoperto dopo aver abbozzato un mio racconto intitolato allo stesso modo (Venezia è un pesce), chiude riportando le visioni di tre tipi possibili di “uomini di Venezia”: il turista straniero, il nativo emigrato e lo straniero trasferito a Venezia. Forse mi posso permettere di aggiungerne un’altra, la mia: il friulano girovago – un essere strano che viene dalla terraferma, si stupisce, bambino, di abitare vicino a una tale meraviglia lagunare, diventando grande se ne dimentica, e a un certo punto la riscopre. Così è successo a me: dopo le gite con la scuola, le domeniche con la famiglia alle mostre, qualche estate con la zia al Lido, solo una visita a Ca’ Foscari prima di iniziare l’università (altrove): poi più niente.
Tra l’inverno e la primavera dell’anno scorso, ho passato credo il momento più critico di tutta la mia vita: e non starò qui a raccontare il perché. Racconterò solo del colloquio all’ex-macello di San Giobbe, in un’aula affacciata sulla laguna da cui il sole terso di febbraio trapelava incurante delle veneziane, di qualche sguardo colto qua e là di ragazzi sereni, del Carnevale che impazzava nei sestieri più vivaci, e delle mamme travestite come le bambine sul regionale che mi avrebbe portato a Mestre.
Il reincontro con Venezia è, quasi da subito, donna: la ragazza in jeans con gli occhi azzurri a cui mi siedo vicino aspettando il mio turno; la milanese incinta di otto mesi; la professoressa che mi chiamerà il giorno dopo, affabile. Non vinco il concorso, ma piaccio e capisco che il prossimo sarà mio.
Mi presento, poche settimane dopo, nel complesso restaurato che guarda la terraferma e la rotta di atterraggio all’aeroporto Marco Polo, con una giornata di sole non così deciso, ma incoraggiante per chiunque non stesse affrontando uno dei momenti più bui della propria depressione. Arrivo in anticipo. Incontro sulla fondamenta il professore: non so interpretare le sue caute aperture e le sue mani avanti. Chiamo un paio di persone amiche mentre aspetto; una ragazza sale le scale del plesso senza togliersi gli occhiali da sole. Quando ci incontriamo vicino all’aula, l’impatto è classicamente timido. Ci fanno aspettare parecchio, temporeggiano facendoci entrare nell’aula. Conosco il suo nome per averlo letto nei documenti online; ma lo sbaglio rivolgendomi a lei, e questo rende tutto più facile. Quella vaga altezzosità da studentessa di cinema tutta racchiusa negli occhiali da sole e nel fare un po’ distante, sfogliando il quaderno, pochi istanti prima, si scioglie in un sorriso largo, bellissimo. Con mia immane sorpresa, a parte qualche momento di fatica, svolgo il colloquio con animo quasi disteso. Tra il prima e il dopo – andremo a prendere un caffè in fondamenta, e faremo il giro lungo per tornare in stazione, passando dal ponte delle Guglie come m’insegna – passerò con lei non più di una quarantina di minuti totali: ci diciamo più cose di noi di quelle che mi scambio con amici di lunga data in mesi di frequentazione. Fabiola – mi piace chiamarla con il falso nome che le avevo appioppato allora – è la prima persona che mi parla della tua forma di pesce.
Ma il libro di Tiziano Scarpa, che mi ruba retroattivamente il titolo di quel racconto, me lo presta la ragazza dagli occhi azzurri del primo colloquio. Succede quando, mesi più tardi, ho bisogno di dormire in zona e approfitto dei suoi inviti a stare in quella strana Venezia di terraferma, quella Vicenza palladiana che avevo immaginato forse più simile a Udine di quanto mi si riveli, nella breve sera post-lavorativa che il freddo morde, nel tragitto tra vescovado e Basilica. Scorgo il dorso di un libro con quel titolo, tra i tanti che Laura ha sistemato in quella piccola perla che ha per casa, e me lo faccio prestare qualche settimana dopo, trattenendomi dal chiederglielo subito per paura della mia stessa impazienza.
Quando compro Sei Venezia, in una libreria interrata al centro della mia Milano, in un weekend prenatalizio, penso immediatamente a quello che sto scrivendo qui. Mazzacurati presenta sei personaggi: ma l’autore loro l’han già trovato, è sempre Venezia, è Venezia che parla di loro, non il contrario. Mi tormenta per qualche giorno l’idea di regalarlo a una donna, sfruttando l’ambiguità tra il numero e il verbo. Be’, devo ammetterlo: è più facile associare Venezia direttamente alle sue donne che cercare di mutuare immagini femminili definendo la città. Nei miei mesi a Venezia vedrò (tante) e conoscerò (poche), bellissime donne, dall’estro conturbante e dagli abiti drappeggianti, dagli occhiali sfolgoranti e dagli sguardi ammiccanti: sarebbe banale associarle a dame del Settecento; per me sono semplicemente il riflesso della luce di Venezia che impressionava i pittori e di cui ci parlava la professoressa d’arte al liceo, la fioritura sgargiante di un fertile acquitrino, la scrosciante bellezza che può assurgere a norma solo nella città più bella del mondo, nella città in cui – come ci ricorda Scarpa – di bellezza sono morti tanti personaggi letterari, e si può morire veramente.
Per me è così: seduti a un tavolino affacciato sul rio de la Crea, con davanti un caffè che farò fatica ad offrire o un piatto di spaghetti alle vongole; quando la donna che ho di fronte si toglie gli occhiali e c’è il cielo giusto, il verdeacqua oceanico dei suoi occhi sconfina oltre la bellezza del color di canale che ogni tanto mi colpisce, campitura semovente, salmastra, tra il dolce e il salato, rassicurante spennellata di verde cangiante tra gli accecanti bianchi marmorei dei palazzi; quando mi accompagna per percorsi che mai vorrei ricostruire in sua assenza, un giorno di sole anche pallido, il roseo pallore delle guance e del collo provocato non si sa se da un trucco leggero o dai riflessi di luce, sento lungo la schiena il brivido che si prova davanti a una Madonna di Bellini, o di Antonello da Messina; schiviamo la chiesa dei Frari, la Scuola Grande di San Rocco, campi e Palazzi che racchiudono tesori ineguagliati e lo facciamo con la massima naturalezza, la naturalezza che può avere solo chi – come lei – è cresciuto respirando quella bellezza estetica che può uccidere, o solo chi – come me – ha la fortuna di accedere all’unica consolazione, l’unico palliativo, l’unico possibile sostituto a una bellezza delle cose sfolgorante, incompresa o eccessiva: una bella donna.
Cammino con Venezia – pardon, con Laura, che è lo stesso – e mi capita di chiedermi continuamente: glielo dico o non glielo dico, che la trovo bellissima? Mi sembra di mordermi le labbra da quanto vorrei dirglielo; nemmeno il rendermi conto che non è bionda come sembrava il giorno che sedemmo accanto, o la difficoltà di inquadrare in una tavolozza il colore preciso dei suoi capelli talora arruffati, mi distoglie dal notare quanto la mia visione di lei si integri con quella della città, a tal punto da far fatica a distinguerle, certe volte: oggi cos’è che mi risalta di più, il colore dei suoi occhi o la morbidezza del colonnato del cortile di San Sebastiano? Al Ghetto cos’è stato, la superba malinconia del campo semivuoto spazzato dal vento, o i suoi capelli accarezzati dallo stesso vento, più clemente, in fondamenta? Venezia potrebbe essere labirintica e oscura, e in quanto tale nemica e pericolosa: ma allora perché ogni volta che mi perdo Venezia corre in mio aiuto, e se non siamo insieme la chiamo, e Laura assume le forme di un’indicazione sbiadita per la ferrovia, il suono della sua voce risponde mirabilmente alle mie sollecitazioni di turista smarrito, anticipandole; l’etereo fantasma di lei che aveva svoltato in calle e salito il ponticello quella volta mi appare, i contorni sgranati, come pulviscolo, indicandomi la via?
Venezia è una voglia di fuga irrefrenabile, è un vaporetto che ti lascia a un attracco silenzioso; è un professore che non ti chiama, lasciandoti libero di sapere che potresti andare a Murano oggi, invece che in ufficio; è una panchina smangiata sul dorso del pesce, che si affaccia sulla piena laguna in un giorno d’inverno che a Venezia è quasi sempre come autunno perché non ferisce mai, scheggia ma non penetra, graffia ma non taglia: ti lascia stare in piedi sul ponte di coperta, facendoti bastare una sciarpa e una giacca doppiopetto; è un nonno veneziano che parla in inglese a sua nipote, una mamma australiana, i piccoli con la zia vergognosa che salutano il papà, da barca a barca; sono gli occhi di Laura quando si addolciscono stringendosi, come se volessero toccarsi, appena sente parlare di qualcosa che la commuove, e tu sprofondi in quel mare di tenerezza che avvolge tutto come l’acqua di Venezia; sono i pasticcini dei rinfreschi, la durezza delle vecchie sedie in legno, gli uffici delle sedi cadenti con gli affreschi di Tiepolo; Venezia è un tramezzino, Venezia è un pesce; Venezia è una cura, Venezia è un po’ una malattia; Venezia è la più bella e irreale donna che tu abbia visto, solo che la conosci; Venezia fa il contrario delle altre città e delle altre donne: sembra tradirti ma non lo fa, dovrebbe invecchiare ma diventa più bella, dovresti andartene ma non vorresti; Venezia è gli innamorati che litigano urlando davanti alla facciata della stazione, è il bambino francese che ti vuole parlare, educato, seduto a una fontana in campo Santo Stefano; è i ragazzi di Castello, sei tu da bambino; è il lucore spiazzante del bianco della chiesa della Salute, e sei di nuovo con la zia a prendere il vaporetto per il Lido; è la segretaria hippie, la prof di economia artistoide, i ragazzi dello Iuav cogli album Fabriano grandi sottobraccio; è la cena che vorresti offrire a Laura, e che hai paura che non sazierebbe te e speri nemmeno lei.
Venezia è tu.
Edited Jul 25, 2015 in Crema
Che donna sei, Venezia?
Di tutte le città possiamo dire che donna sono: Udine, ad esempio, per me è mamma, e amata anche quando mi fa arrabbiare, quando non sopporto qualcosa di lei che ne fa parte, la intesse, e che io ho rifiutato. (Per inciso, Udine è bella, bella come una mamma bella, com’è veramente mia mamma). Milano… Milano è difficile, ineffabile; potrebbe esser vista, nei momenti peggiori, come una donna vicina che si ama e si odia insieme, attraente ma inarrivabile, forse subdola e addirittura infedele, ma dalla quale si finisce per ritornare senza sapere bene il perché. Bologna… Bologna è bellissima, è la donna più affascinante che avete conosciuto – vi sarà capitato, almeno una volta, di rimanere attoniti, folgorati dalla bellezza di una donna che vi toglie il respiro: che emana un’aura di magia quando la incontrate, ve la fa rincontrare quando non ve l’aspettereste, vi risolleva quando eravate inginocchiati e vi fa venir voglia di andare a rincorrerla alla fermata dell’autobus prima che sia troppo tardi, invece di correre a casa con la vostra stupida bicicletta. (Un giorno ho preso la tangenziale di Bologna in direzione opposta a quella desiderata: non chiedetemi come sia stato possibile che io abbia raggiunto la mia uscita, senza compiere un intero giro).
E tu chi sei, Venezia?
Tanto per cominciare, Sei Venezia, per citare il titolo di libro-dvd di Carlo Mazzacurati. Tiziano Scarpa, in un libro che ho scoperto dopo aver abbozzato un mio racconto intitolato allo stesso modo (Venezia è un pesce), chiude riportando le visioni di tre tipi possibili di “uomini di Venezia”: il turista straniero, il nativo emigrato e lo straniero trasferito a Venezia. Forse mi posso permettere di aggiungerne un’altra, la mia: il friulano girovago – un essere strano che viene dalla terraferma, si stupisce, bambino, di abitare vicino a una tale meraviglia lagunare, diventando grande se ne dimentica, e a un certo punto la riscopre. Così è successo a me: dopo le gite con la scuola, le domeniche con la famiglia alle mostre, qualche estate con la zia al Lido, solo una visita a Ca’ Foscari prima di iniziare l’università (altrove): poi più niente.
Tra l’inverno e la primavera dell’anno scorso, ho passato credo il momento più critico di tutta la mia vita: e non starò qui a raccontare il perché. Racconterò solo del colloquio all’ex-macello di San Giobbe, in un’aula affacciata sulla laguna da cui il sole terso di febbraio trapelava incurante delle veneziane, di qualche sguardo colto qua e là di ragazzi sereni, del Carnevale che impazzava nei sestieri più vivaci, e delle mamme travestite come le bambine sul regionale che mi avrebbe portato a Mestre.
Il reincontro con Venezia è, quasi da subito, donna: la ragazza in jeans con gli occhi azzurri a cui mi siedo vicino aspettando il mio turno; la milanese incinta di otto mesi; la professoressa che mi chiamerà il giorno dopo, affabile. Non vinco il concorso, ma piaccio e capisco che il prossimo sarà mio.
Mi presento, poche settimane dopo, nel complesso restaurato che guarda la terraferma e la rotta di atterraggio all’aeroporto Marco Polo, con una giornata di sole non così deciso, ma incoraggiante per chiunque non stesse affrontando uno dei momenti più bui della propria depressione. Arrivo in anticipo. Incontro sulla fondamenta il professore: non so interpretare le sue caute aperture e le sue mani avanti. Chiamo un paio di persone amiche mentre aspetto; una ragazza sale le scale del plesso senza togliersi gli occhiali da sole. Quando ci incontriamo vicino all’aula, l’impatto è classicamente timido. Ci fanno aspettare parecchio, temporeggiano facendoci entrare nell’aula. Conosco il suo nome per averlo letto nei documenti online; ma lo sbaglio rivolgendomi a lei, e questo rende tutto più facile. Quella vaga altezzosità da studentessa di cinema tutta racchiusa negli occhiali da sole e nel fare un po’ distante, sfogliando il quaderno, pochi istanti prima, si scioglie in un sorriso largo, bellissimo. Con mia immane sorpresa, a parte qualche momento di fatica, svolgo il colloquio con animo quasi disteso. Tra il prima e il dopo – andremo a prendere un caffè in fondamenta, e faremo il giro lungo per tornare in stazione, passando dal ponte delle Guglie come m’insegna – passerò con lei non più di una quarantina di minuti totali: ci diciamo più cose di noi di quelle che mi scambio con amici di lunga data in mesi di frequentazione. Fabiola – mi piace chiamarla con il falso nome che le avevo appioppato allora – è la prima persona che mi parla della tua forma di pesce.
Ma il libro di Tiziano Scarpa, che mi ruba retroattivamente il titolo di quel racconto, me lo presta la ragazza dagli occhi azzurri del primo colloquio. Succede quando, mesi più tardi, ho bisogno di dormire in zona e approfitto dei suoi inviti a stare in quella strana Venezia di terraferma, quella Vicenza palladiana che avevo immaginato forse più simile a Udine di quanto mi si riveli, nella breve sera post-lavorativa che il freddo morde, nel tragitto tra vescovado e Basilica. Scorgo il dorso di un libro con quel titolo, tra i tanti che Laura ha sistemato in quella piccola perla che ha per casa, e me lo faccio prestare qualche settimana dopo, trattenendomi dal chiederglielo subito per paura della mia stessa impazienza.
Quando compro Sei Venezia, in una libreria interrata al centro della mia Milano, in un weekend prenatalizio, penso immediatamente a quello che sto scrivendo qui. Mazzacurati presenta sei personaggi: ma l’autore loro l’han già trovato, è sempre Venezia, è Venezia che parla di loro, non il contrario. Mi tormenta per qualche giorno l’idea di regalarlo a una donna, sfruttando l’ambiguità tra il numero e il verbo. Be’, devo ammetterlo: è più facile associare Venezia direttamente alle sue donne che cercare di mutuare immagini femminili definendo la città. Nei miei mesi a Venezia vedrò (tante) e conoscerò (poche), bellissime donne, dall’estro conturbante e dagli abiti drappeggianti, dagli occhiali sfolgoranti e dagli sguardi ammiccanti: sarebbe banale associarle a dame del Settecento; per me sono semplicemente il riflesso della luce di Venezia che impressionava i pittori e di cui ci parlava la professoressa d’arte al liceo, la fioritura sgargiante di un fertile acquitrino, la scrosciante bellezza che può assurgere a norma solo nella città più bella del mondo, nella città in cui – come ci ricorda Scarpa – di bellezza sono morti tanti personaggi letterari, e si può morire veramente.
Per me è così: seduti a un tavolino affacciato sul rio de la Crea, con davanti un caffè che farò fatica ad offrire o un piatto di spaghetti alle vongole; quando la donna che ho di fronte si toglie gli occhiali e c’è il cielo giusto, il verdeacqua oceanico dei suoi occhi sconfina oltre la bellezza del color di canale che ogni tanto mi colpisce, campitura semovente, salmastra, tra il dolce e il salato, rassicurante spennellata di verde cangiante tra gli accecanti bianchi marmorei dei palazzi; quando mi accompagna per percorsi che mai vorrei ricostruire in sua assenza, un giorno di sole anche pallido, il roseo pallore delle guance e del collo provocato non si sa se da un trucco leggero o dai riflessi di luce, sento lungo la schiena il brivido che si prova davanti a una Madonna di Bellini, o di Antonello da Messina; schiviamo la chiesa dei Frari, la Scuola Grande di San Rocco, campi e Palazzi che racchiudono tesori ineguagliati e lo facciamo con la massima naturalezza, la naturalezza che può avere solo chi – come lei – è cresciuto respirando quella bellezza estetica che può uccidere, o solo chi – come me – ha la fortuna di accedere all’unica consolazione, l’unico palliativo, l’unico possibile sostituto a una bellezza delle cose sfolgorante, incompresa o eccessiva: una bella donna.
Cammino con Venezia – pardon, con Laura, che è lo stesso – e mi capita di chiedermi continuamente: glielo dico o non glielo dico, che la trovo bellissima? Mi sembra di mordermi le labbra da quanto vorrei dirglielo; nemmeno il rendermi conto che non è bionda come sembrava il giorno che sedemmo accanto, o la difficoltà di inquadrare in una tavolozza il colore preciso dei suoi capelli talora arruffati, mi distoglie dal notare quanto la mia visione di lei si integri con quella della città, a tal punto da far fatica a distinguerle, certe volte: oggi cos’è che mi risalta di più, il colore dei suoi occhi o la morbidezza del colonnato del cortile di San Sebastiano? Al Ghetto cos’è stato, la superba malinconia del campo semivuoto spazzato dal vento, o i suoi capelli accarezzati dallo stesso vento, più clemente, in fondamenta? Venezia potrebbe essere labirintica e oscura, e in quanto tale nemica e pericolosa: ma allora perché ogni volta che mi perdo Venezia corre in mio aiuto, e se non siamo insieme la chiamo, e Laura assume le forme di un’indicazione sbiadita per la ferrovia, il suono della sua voce risponde mirabilmente alle mie sollecitazioni di turista smarrito, anticipandole; l’etereo fantasma di lei che aveva svoltato in calle e salito il ponticello quella volta mi appare, i contorni sgranati, come pulviscolo, indicandomi la via?
Venezia è una voglia di fuga irrefrenabile, è un vaporetto che ti lascia a un attracco silenzioso; è un professore che non ti chiama, lasciandoti libero di sapere che potresti andare a Murano oggi, invece che in ufficio; è una panchina smangiata sul dorso del pesce, che si affaccia sulla piena laguna in un giorno d’inverno che a Venezia è quasi sempre come autunno perché non ferisce mai, scheggia ma non penetra, graffia ma non taglia: ti lascia stare in piedi sul ponte di coperta, facendoti bastare una sciarpa e una giacca doppiopetto; è un nonno veneziano che parla in inglese a sua nipote, una mamma australiana, i piccoli con la zia vergognosa che salutano il papà, da barca a barca; sono gli occhi di Laura quando si addolciscono stringendosi, come se volessero toccarsi, appena sente parlare di qualcosa che la commuove, e tu sprofondi in quel mare di tenerezza che avvolge tutto come l’acqua di Venezia; sono i pasticcini dei rinfreschi, la durezza delle vecchie sedie in legno, gli uffici delle sedi cadenti con gli affreschi di Tiepolo; Venezia è un tramezzino, Venezia è un pesce; Venezia è una cura, Venezia è un po’ una malattia; Venezia è la più bella e irreale donna che tu abbia visto, solo che la conosci; Venezia fa il contrario delle altre città e delle altre donne: sembra tradirti ma non lo fa, dovrebbe invecchiare ma diventa più bella, dovresti andartene ma non vorresti; Venezia è gli innamorati che litigano urlando davanti alla facciata della stazione, è il bambino francese che ti vuole parlare, educato, seduto a una fontana in campo Santo Stefano; è i ragazzi di Castello, sei tu da bambino; è il lucore spiazzante del bianco della chiesa della Salute, e sei di nuovo con la zia a prendere il vaporetto per il Lido; è la segretaria hippie, la prof di economia artistoide, i ragazzi dello Iuav cogli album Fabriano grandi sottobraccio; è la cena che vorresti offrire a Laura, e che hai paura che non sazierebbe te e speri nemmeno lei.
Venezia è tu.
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lunedì 17 settembre 2012
Laguna metropolitana.
Written Sep 17, 2012 in Venezia
Adoro Venezia. A parte che l’ho sempre adorata, è l’unica città che mantiene le sue promesse, le tue aspettative. Non l’avevo mai vissuta, ma sapevo che sarebbe stato così.
Posso spiare tra le tende della casa di fronte, più invasivo e allo stesso tempo più discreto; meno morboso, ma più appagato dal sottile piacere voyeuristico di quanto potrei fare a Milano, dove le case si guardano più o meno alla stessa distanza, ma con una strada di mezzo. Qui, invece, osservo di sotto e scopro una piacevole ipnosi nella sensata irregolarità delle pietre della calle. Sono passate da poco le dieci, e le scene che osservo sono: una mora che sistema qualcosa in un armadio, le luci delle scale del bel palazzo ristrutturato, una signora bionda che continua ad essere bella mentre porta giù un cagnolino. La seguo con la mente, più che con lo sguardo: e puntuale arriva lo schiocco della serratura del cancello, sotto. Una porta si apre, e mi riaffaccio a guardarla mentre prende a camminare tranquilla verso campo S.. Il silenzio – un silenzio morbidamente avvolto da un navigare lontano di tante barche che sembrano una – è in realtà costellato di suoni vicini, di vita veneziana. I miei compagni di casa, le cui inflessioni nasali mi precipitano in un luogo sempre vicino, eppure mai scoperto: le loro risate aperte, spontanee, sono tutto sommato un toccasana per la mia serietà congenita peggiorata dai miei acciacchi recenti. Voci, per lo più; del resto la vita dovrebbe essere fatta di voci e di carni, nulla più – in esse c’è tutto quanto può servire, e i veneziani lo sanno: gliel’ha insegnato la loro città. Un clacson di nave, breve. Ora, un fischio, amico.
Quello che non c’è non va nemmeno menzionato, in un post su Venezia: non c’è, non serve.
La mia prima impressione sulla casa: ci credo che costa poco… saranno tutte così? Ora, pochi giorni dopo, ho la risposta: a Venezia non serve di più. Non servono doppi vetri, non serve un box doccia, né un lavello che non abbia le formiche; non serve l’aria condizionata, e nemmeno la porta blindata: i miei coinquilini aprono la porta ogni mattina a uno sconosciuto suonatore di campanello, che m’immagino sempre diverso. Lui suona, loro gli aprono: uno si alza e va fino al citofono, senza chiedere chi è; calca un tasto per il portone di sotto, lascia la porta di casa socchiusa, e torna a letto. Faccio colazione da solo, stranito. Richiudo la porta, ancora socchiusa, più tardi, quando esco.
Stamattina ho fatto la vedetta sul ponte di coperta, per tutto il tragitto. La brezza ti sferza solo in crociera, tra un approdo e l’altro. Vedo la mia immagine riflessa sui vetri delle banchine, ad ogni attracco. Ancora un po’ di schiuma e si ferma.
Ieri sera tre marinai maschi e uno femmina, passeggiando nella calle qui sotto, candidi.
Faccio il ricercatore e ogni giorno vado a lavorare in vaporetto.
Adoro Venezia. A parte che l’ho sempre adorata, è l’unica città che mantiene le sue promesse, le tue aspettative. Non l’avevo mai vissuta, ma sapevo che sarebbe stato così.
Posso spiare tra le tende della casa di fronte, più invasivo e allo stesso tempo più discreto; meno morboso, ma più appagato dal sottile piacere voyeuristico di quanto potrei fare a Milano, dove le case si guardano più o meno alla stessa distanza, ma con una strada di mezzo. Qui, invece, osservo di sotto e scopro una piacevole ipnosi nella sensata irregolarità delle pietre della calle. Sono passate da poco le dieci, e le scene che osservo sono: una mora che sistema qualcosa in un armadio, le luci delle scale del bel palazzo ristrutturato, una signora bionda che continua ad essere bella mentre porta giù un cagnolino. La seguo con la mente, più che con lo sguardo: e puntuale arriva lo schiocco della serratura del cancello, sotto. Una porta si apre, e mi riaffaccio a guardarla mentre prende a camminare tranquilla verso campo S.. Il silenzio – un silenzio morbidamente avvolto da un navigare lontano di tante barche che sembrano una – è in realtà costellato di suoni vicini, di vita veneziana. I miei compagni di casa, le cui inflessioni nasali mi precipitano in un luogo sempre vicino, eppure mai scoperto: le loro risate aperte, spontanee, sono tutto sommato un toccasana per la mia serietà congenita peggiorata dai miei acciacchi recenti. Voci, per lo più; del resto la vita dovrebbe essere fatta di voci e di carni, nulla più – in esse c’è tutto quanto può servire, e i veneziani lo sanno: gliel’ha insegnato la loro città. Un clacson di nave, breve. Ora, un fischio, amico.
Quello che non c’è non va nemmeno menzionato, in un post su Venezia: non c’è, non serve.
La mia prima impressione sulla casa: ci credo che costa poco… saranno tutte così? Ora, pochi giorni dopo, ho la risposta: a Venezia non serve di più. Non servono doppi vetri, non serve un box doccia, né un lavello che non abbia le formiche; non serve l’aria condizionata, e nemmeno la porta blindata: i miei coinquilini aprono la porta ogni mattina a uno sconosciuto suonatore di campanello, che m’immagino sempre diverso. Lui suona, loro gli aprono: uno si alza e va fino al citofono, senza chiedere chi è; calca un tasto per il portone di sotto, lascia la porta di casa socchiusa, e torna a letto. Faccio colazione da solo, stranito. Richiudo la porta, ancora socchiusa, più tardi, quando esco.
Stamattina ho fatto la vedetta sul ponte di coperta, per tutto il tragitto. La brezza ti sferza solo in crociera, tra un approdo e l’altro. Vedo la mia immagine riflessa sui vetri delle banchine, ad ogni attracco. Ancora un po’ di schiuma e si ferma.
Ieri sera tre marinai maschi e uno femmina, passeggiando nella calle qui sotto, candidi.
Faccio il ricercatore e ogni giorno vado a lavorare in vaporetto.
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martedì 6 settembre 2011
Senza cambio ponte Stalingrado.
Written Sep 1, 2011 in Milano
Revised Sep 6, 2011 in Milano
A Bologna c’è un ponte, un ponte sulla ferrovia. È il ponte di via Stalingrado, e scavalca un dedalo immenso di binari che s’incrociano in una città che delle ferrovie è snodo, e dalle ferrovie è caratteristicamente attraversata in molti dei suoi quartieri. È un ponte alto, dunque, sulla sommità del quale si può anche ammirare una suggestiva skyline: io, ad esempio, la preferisco al tramonto.
Eppure un ponte serve per passarci sopra, non per fermarsi a guardare. Lo faccio in bicicletta per alcuni mesi, da quando ho trasportato la vecchia Galetti artigianale, con cui scorrazzavo (e scorrazzo tuttora) per gli accidentati pavé milanesi, in quel di Bologna, per il mio ultimo periodo lì. Abito in zona Fiera, e per il dipartimento – che senza sorprese si trova in zona universitaria – è la via più breve.
L’impatto col ponte è diverso se si sta andando verso il centro o viceversa: una lunga salita, e (sembra) meno pendente nel primo caso; un “muro”, piuttosto sfidante ma più corto, ad andare a casa. Il servizio strade del comune di Bologna è stato previdente: per gli automobilisti che sfrecciano al lavoro arrivando dalla tangenziale e dalla Fiera, due corsie (a seconda che, giunti alla Porta Mascarella dove il ponte butta nei Viali come un affluente nel corso principale di un fiume, si vada a sinistra e dritti oppure a destra); per chi esce dalla città, una corsia che però si trasforma subito in due appena il lungo declivio comincia a digradare seriamente. A dir la verità, come in molte altre strade di Bologna, non c’è spazio per il marciapiede e la pista ciclable insieme: in questi casi, praticità felsinea vuole che entrambi siano compresi nello stesso spazio, con delle strisce disegnate a segnalarlo. Comunque, questo non cambia la sostanza: il ponte, in bici, va affrontato nel suo manifestarsi essenzialmente come salita, impegnativa da entrambi i punti a valle.
Le discese sono bellissime. Quando vado verso il centro, rimango appena deluso dal sapere che durerà poco; la mia accelerazione progressiva sarà elevata: devo dosare bene i freni e preoccuparmi che i pedoni che incrocio, lenti nelle loro movenze da montanari improvvisati e incedenti a sguardo basso, mi notino e siano consci della mia corsa. Così, preferisco la discesa in direzione opposta: poco sforzo, piuttosto concentrato, a guadagnare il colmo del ponte, e subito l’ampia visuale della discesa che mi si dispiega davanti dà il respiro della montagna appena scalata; e, proprio come in montagna, batte sempre più forte il vento, anche se qui è un’illusione della velocità, un piccolo dono della gravità. Devo solo stare attento a quel tombino (quando, come la maggior parte delle volte, discendo dal lato sinistro del ponte) e all’uscita delle macchine dal complesso sportivo del dopolavoro.
La permanenza in cima dura poco, ma – complice qualche volta in cui sono a piedi – butto sempre un occhio all’orizzonte, specialmente verso la stazione: normale, poiché quello è il lato che faccio più spesso, ed è là che il sole va a buttarsi al crepuscolo: elementare bussola cittadina che mi ricorda, non senza un certo lieve stupore, che i punti cardinali valgono sempre, anche se si è smarriti dentro, e che via Stalingrado è una direttrice Nord della città. Dio sa quante volte ho pensato di portarmi la reflex e di fermarmi a immortalare quella ferraglia sfavillante d’incroci, tale che gli ingegneri ferroviari mi sono sempre sembrati i più intelligenti della categoria. Il fascino di quell’ammasso inestricabile di binari, penso ora, è anche un tardivo riflesso dei miei pensieri sognanti del primo periodo del dottorato, quando via Stalingrado non sapevo nemmeno dov’era – aveva pura entità sonora, facendo solo parte delle curiosità toponomastiche di quella città meravigliosa che mi lamentavo sempre di non riuscire a vivere. Ogni volta che camminavo, lungo la più piana, tipica e porticata via Indipendenza, dal dipartimento alla stazione (soprattutto il venerdì), pensavo sempre che stavo procedendo verso lo snodo baricentrico dell’intero traffico ferroviario italiano, e questo mi dava un senso di libertà (l’ebbrezza di poter andare ovunque, nonostante, di quel nodo, sfruttassi sempre le due solite direttrici Nord-est e Nord-ovest) che ho faticato a ritrovare dopo.
Non ho mai catturato, in forma di foto, il rossore brulicante di quella cartolina in controluce; né i rumori del ponte, che alcune volte ho pensato di fissare sul registratore per interviste: così tipici del veloce traffico automobilistico bolognese, rifratti sui parapetti in pietra dei tratti discendenti del ponte. Porto solo con me le facce, impenetrabili, degli sparuti pedoni e dei pochi ciclisti che come me lo affrontavano scalandolo.
È proprio la salita, il punto. Tutto sommato non sono mai stato in difficoltà di fronte alle salite. Ero o non ero un ciclista “di fondo”, uno che non aveva la potenza e lo scatto per la volata, ma che si piazzava bene “sul lungo” e in montagna? Testa bassa e pedalare: era fisico (il torso magro e stretto, le ossa leggere) ma anche mentale, perché soverchiavo chi non sapeva aspettare e ne raccoglievo i frutti in cima, o giù a valle. Dopo quella BMX cromata con le gomme blu, le bici su cui sfrecciavo da ragazzo erano tutte dotate di cambio, e saperlo dosare era parte della strategia di arrampicata sui pedali.
La Galetti nera e “scasciata”, come disse un giorno L. su quel viale di Milano, quella bici che piace alle ragazze ed è efficiente come l’artigiano veneto che l’ha assemblata, invece, il cambio non ce l’ha. È una bici da città, e la città è piatta, si sa, e Milano – la prosaica, così fottutamente “reale” Milano nel cui intingolo sono immerso da diec’anni, sempre lamentandomene un po’ ma mai riuscendo del tutto a distaccarmene – è la città più piatta delle piatte, piane città di pianura che conosco. Il ponte di via Stalingrado, allora, bisogna affrontarlo così: con la rincorsa, il corpo piegato, ondeggiante di volta in volta da una parte e dall’altra, per calcare i pedali forte, prima che la salita – quella lunga e sfaticante dal lato della periferia – si faccia troppo pendente, perché sennò, poi, non si riesce a recuperare. E a tornare, quando si viene dal centro, è meglio iniziarla subito dalla curva del semaforo, la rincorsa, che sennò – metti anche ci sia qualche pedone che costringe a rallentare leggermente la falcata – è dura anche lì, arrivare in cima senza metter piede a terra.
Io ci ho provato. Sono tre anni che provo a cambiare, ma il cambio non ce l’ho. Prima ho pensato di cambiare bicicletta, ma ho venduto la mia vecchia prima di comprarne una nuova; anzi, no, ne ho comprate due e tutte e due non andavano bene perché le usavo insieme; decidetelo voi: ora, questo, importa relativamente. Poi sono ritornato a quella vecchia, e ho registrato catena e corone, perni e bulloni, ma niente. Mille piccole finiture non fanno un cambio che non c’è.
È da allora, che – anche se il dottorato l’ho finito; anche se non sono più a Bologna e forse non mi manca troppo, perché qui ho tutto; anche se continuo ad oliare e a limare e a registrare, e la Galetti va sempre come deve andare – sono così, viaggio così, vivo così.
Senza cambio ponte Stalingrado.
Revised Sep 6, 2011 in Milano
A Bologna c’è un ponte, un ponte sulla ferrovia. È il ponte di via Stalingrado, e scavalca un dedalo immenso di binari che s’incrociano in una città che delle ferrovie è snodo, e dalle ferrovie è caratteristicamente attraversata in molti dei suoi quartieri. È un ponte alto, dunque, sulla sommità del quale si può anche ammirare una suggestiva skyline: io, ad esempio, la preferisco al tramonto.
Eppure un ponte serve per passarci sopra, non per fermarsi a guardare. Lo faccio in bicicletta per alcuni mesi, da quando ho trasportato la vecchia Galetti artigianale, con cui scorrazzavo (e scorrazzo tuttora) per gli accidentati pavé milanesi, in quel di Bologna, per il mio ultimo periodo lì. Abito in zona Fiera, e per il dipartimento – che senza sorprese si trova in zona universitaria – è la via più breve.
L’impatto col ponte è diverso se si sta andando verso il centro o viceversa: una lunga salita, e (sembra) meno pendente nel primo caso; un “muro”, piuttosto sfidante ma più corto, ad andare a casa. Il servizio strade del comune di Bologna è stato previdente: per gli automobilisti che sfrecciano al lavoro arrivando dalla tangenziale e dalla Fiera, due corsie (a seconda che, giunti alla Porta Mascarella dove il ponte butta nei Viali come un affluente nel corso principale di un fiume, si vada a sinistra e dritti oppure a destra); per chi esce dalla città, una corsia che però si trasforma subito in due appena il lungo declivio comincia a digradare seriamente. A dir la verità, come in molte altre strade di Bologna, non c’è spazio per il marciapiede e la pista ciclable insieme: in questi casi, praticità felsinea vuole che entrambi siano compresi nello stesso spazio, con delle strisce disegnate a segnalarlo. Comunque, questo non cambia la sostanza: il ponte, in bici, va affrontato nel suo manifestarsi essenzialmente come salita, impegnativa da entrambi i punti a valle.
Le discese sono bellissime. Quando vado verso il centro, rimango appena deluso dal sapere che durerà poco; la mia accelerazione progressiva sarà elevata: devo dosare bene i freni e preoccuparmi che i pedoni che incrocio, lenti nelle loro movenze da montanari improvvisati e incedenti a sguardo basso, mi notino e siano consci della mia corsa. Così, preferisco la discesa in direzione opposta: poco sforzo, piuttosto concentrato, a guadagnare il colmo del ponte, e subito l’ampia visuale della discesa che mi si dispiega davanti dà il respiro della montagna appena scalata; e, proprio come in montagna, batte sempre più forte il vento, anche se qui è un’illusione della velocità, un piccolo dono della gravità. Devo solo stare attento a quel tombino (quando, come la maggior parte delle volte, discendo dal lato sinistro del ponte) e all’uscita delle macchine dal complesso sportivo del dopolavoro.
La permanenza in cima dura poco, ma – complice qualche volta in cui sono a piedi – butto sempre un occhio all’orizzonte, specialmente verso la stazione: normale, poiché quello è il lato che faccio più spesso, ed è là che il sole va a buttarsi al crepuscolo: elementare bussola cittadina che mi ricorda, non senza un certo lieve stupore, che i punti cardinali valgono sempre, anche se si è smarriti dentro, e che via Stalingrado è una direttrice Nord della città. Dio sa quante volte ho pensato di portarmi la reflex e di fermarmi a immortalare quella ferraglia sfavillante d’incroci, tale che gli ingegneri ferroviari mi sono sempre sembrati i più intelligenti della categoria. Il fascino di quell’ammasso inestricabile di binari, penso ora, è anche un tardivo riflesso dei miei pensieri sognanti del primo periodo del dottorato, quando via Stalingrado non sapevo nemmeno dov’era – aveva pura entità sonora, facendo solo parte delle curiosità toponomastiche di quella città meravigliosa che mi lamentavo sempre di non riuscire a vivere. Ogni volta che camminavo, lungo la più piana, tipica e porticata via Indipendenza, dal dipartimento alla stazione (soprattutto il venerdì), pensavo sempre che stavo procedendo verso lo snodo baricentrico dell’intero traffico ferroviario italiano, e questo mi dava un senso di libertà (l’ebbrezza di poter andare ovunque, nonostante, di quel nodo, sfruttassi sempre le due solite direttrici Nord-est e Nord-ovest) che ho faticato a ritrovare dopo.
Non ho mai catturato, in forma di foto, il rossore brulicante di quella cartolina in controluce; né i rumori del ponte, che alcune volte ho pensato di fissare sul registratore per interviste: così tipici del veloce traffico automobilistico bolognese, rifratti sui parapetti in pietra dei tratti discendenti del ponte. Porto solo con me le facce, impenetrabili, degli sparuti pedoni e dei pochi ciclisti che come me lo affrontavano scalandolo.
È proprio la salita, il punto. Tutto sommato non sono mai stato in difficoltà di fronte alle salite. Ero o non ero un ciclista “di fondo”, uno che non aveva la potenza e lo scatto per la volata, ma che si piazzava bene “sul lungo” e in montagna? Testa bassa e pedalare: era fisico (il torso magro e stretto, le ossa leggere) ma anche mentale, perché soverchiavo chi non sapeva aspettare e ne raccoglievo i frutti in cima, o giù a valle. Dopo quella BMX cromata con le gomme blu, le bici su cui sfrecciavo da ragazzo erano tutte dotate di cambio, e saperlo dosare era parte della strategia di arrampicata sui pedali.
La Galetti nera e “scasciata”, come disse un giorno L. su quel viale di Milano, quella bici che piace alle ragazze ed è efficiente come l’artigiano veneto che l’ha assemblata, invece, il cambio non ce l’ha. È una bici da città, e la città è piatta, si sa, e Milano – la prosaica, così fottutamente “reale” Milano nel cui intingolo sono immerso da diec’anni, sempre lamentandomene un po’ ma mai riuscendo del tutto a distaccarmene – è la città più piatta delle piatte, piane città di pianura che conosco. Il ponte di via Stalingrado, allora, bisogna affrontarlo così: con la rincorsa, il corpo piegato, ondeggiante di volta in volta da una parte e dall’altra, per calcare i pedali forte, prima che la salita – quella lunga e sfaticante dal lato della periferia – si faccia troppo pendente, perché sennò, poi, non si riesce a recuperare. E a tornare, quando si viene dal centro, è meglio iniziarla subito dalla curva del semaforo, la rincorsa, che sennò – metti anche ci sia qualche pedone che costringe a rallentare leggermente la falcata – è dura anche lì, arrivare in cima senza metter piede a terra.
Io ci ho provato. Sono tre anni che provo a cambiare, ma il cambio non ce l’ho. Prima ho pensato di cambiare bicicletta, ma ho venduto la mia vecchia prima di comprarne una nuova; anzi, no, ne ho comprate due e tutte e due non andavano bene perché le usavo insieme; decidetelo voi: ora, questo, importa relativamente. Poi sono ritornato a quella vecchia, e ho registrato catena e corone, perni e bulloni, ma niente. Mille piccole finiture non fanno un cambio che non c’è.
È da allora, che – anche se il dottorato l’ho finito; anche se non sono più a Bologna e forse non mi manca troppo, perché qui ho tutto; anche se continuo ad oliare e a limare e a registrare, e la Galetti va sempre come deve andare – sono così, viaggio così, vivo così.
Senza cambio ponte Stalingrado.
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domenica 5 giugno 2011
La mia dentista.
Written May 12, 2011 in Milano
Last revised Jun 05, 2011 in Milano
La mia dentista non è come gli altri dentisti, che gigioneggiano falsamente alle nostre spalle mentre ci aprono in due le gengive. La mia dentista è donna, è giovane, è carina, e ha delle bellissime scarpe. Ha un nome biblico-ebraico ma è solamente calabrese di origine, per il resto milanese, come il suo studio. Andare dalla mia dentista per me non è una sofferenza come per gli altri: io dalla dentista so che starò bene. Sarà per i sorrisi che mi fa quando mi vede, che però sono tutt’altro che gigioneggianti e ingannevoli come quelli degli altri dentisti: lei infatti non mi mostra i suoi denti solo per dire “ehi, vedi che denti ho io, tu con me avrai una bocca bella come la mia”, come fanno gli altri dentisti, che sono falsi (perché in fondo non gli interessa se tu avrai un bel sorriso) e compiaciuti (ehi, la mia sì che è una bocca, altro che la tua, anche se te la curo io), come quelli di un venditore che ha avuto troppo successo. No, la mia dentista non è così: lei sorride veramente, e mi mette di buon umore.
La mia dentista non si atteggia a talebana dell’igiene a ogni costo, come – mi raccontano – le igieniste dentali degli studi che hanno un’igienista dentale. L’igienista dentale ha il quasi esclusivo compito di ammonire il paziente con consigli del tipo “se non userà il filo interdentale, i suoi denti si carieranno e sarà la fine”: visione apocalittica quantunque realistica; ma triste, senza speranza. La mia dentista no: si limita a consigliarmi, qualche volta, di prendere l’abitudine ad usare il filo, perché “sarebbe un peccato, con la bocca che ho”; insomma, per la mia dentista, nonostante io sia degno di sorrisi quanto un bambino dalle guance paffute, e abbia, tra gli altri, un dentaccio piuttosto rovinato, sono sufficientemente maturo e responsabile da prendermi cura io stesso della mia bocca, e decidere come e quando voglio usare il filo interdentale. Se solo facessi presa su questa fiducia che lei – la mia dentista – ripone in me, per autoconvincermi, a questo punto l’avrei presa sì, quella maledetta abitudine.
Dicevamo degli sventurati che ogni tanto s’incontrano, immancabilmente, con l’igienista dentale per la pulizia, come Berlusconi con la Minetti. A me, invece, la pulizia me la fa la dentista (che sfigato, Silvio, e pure con tutti quei soldi), due volte l’anno, e alla fine mi mette una pastina rosa che spalma sui denti con un gommino vibrante, che mi piace tanto. Questo è uno dei momenti più belli, un autentico surrogato del momento del gelato da bambino (che peraltro credo abbia causato molti dei problemi di cui la mia dentista si occupa: è proprio vero che non tutto il male vien per nuocere); tuttavia anche gli interventi più impegnativi, con la mia dentista, diventano delle passeggiate, un’occasione per rilassarsi un poco nella grande sala d’attesa anni settanta, prima di distendersi comodamente su uno dei suoi lettini. Lei, quando serve, mi fa delle anestesie le cui punture faccio persino fatica a sentire – poiché usa un ago fatato da quanto è inconsistente – ed esse mi preservano da qualunque tipo di dolore. Inoltre, ogni volta che sottopongo a qualche intervento serio (come l’estrazione del dente del giudizio), non provo mai nessun dolore particolare, né incontro alcuna complicanza successiva, e questo depone ancor di più a favore della mia dentista. La mia dentista.
La mia dentista, non ve l’ho ancora detto, è minuta, ha i capelli corti un po’ a caschetto tra il castano chiaro e il fulvo e ha dei bellissimi occhi verdi. I suoi collaboratori sono ok, il chirurgo che viene per le estrazioni è simpaticissimo e competentissimo, però è proprio lei, la mia dentista, che fa la differenza. Così, almeno in questa cosa, mi sottraggo alle umane sofferenze di tutti gli altri, là fuori, che corrono per le circonvallazioni su e giù dai tram andando malvolentieri dai loro dentisti. E come non compiangerli, del resto: non vanno mica dalla mia dentista, loro.
Last revised Jun 05, 2011 in Milano
La mia dentista non è come gli altri dentisti, che gigioneggiano falsamente alle nostre spalle mentre ci aprono in due le gengive. La mia dentista è donna, è giovane, è carina, e ha delle bellissime scarpe. Ha un nome biblico-ebraico ma è solamente calabrese di origine, per il resto milanese, come il suo studio. Andare dalla mia dentista per me non è una sofferenza come per gli altri: io dalla dentista so che starò bene. Sarà per i sorrisi che mi fa quando mi vede, che però sono tutt’altro che gigioneggianti e ingannevoli come quelli degli altri dentisti: lei infatti non mi mostra i suoi denti solo per dire “ehi, vedi che denti ho io, tu con me avrai una bocca bella come la mia”, come fanno gli altri dentisti, che sono falsi (perché in fondo non gli interessa se tu avrai un bel sorriso) e compiaciuti (ehi, la mia sì che è una bocca, altro che la tua, anche se te la curo io), come quelli di un venditore che ha avuto troppo successo. No, la mia dentista non è così: lei sorride veramente, e mi mette di buon umore.
La mia dentista non si atteggia a talebana dell’igiene a ogni costo, come – mi raccontano – le igieniste dentali degli studi che hanno un’igienista dentale. L’igienista dentale ha il quasi esclusivo compito di ammonire il paziente con consigli del tipo “se non userà il filo interdentale, i suoi denti si carieranno e sarà la fine”: visione apocalittica quantunque realistica; ma triste, senza speranza. La mia dentista no: si limita a consigliarmi, qualche volta, di prendere l’abitudine ad usare il filo, perché “sarebbe un peccato, con la bocca che ho”; insomma, per la mia dentista, nonostante io sia degno di sorrisi quanto un bambino dalle guance paffute, e abbia, tra gli altri, un dentaccio piuttosto rovinato, sono sufficientemente maturo e responsabile da prendermi cura io stesso della mia bocca, e decidere come e quando voglio usare il filo interdentale. Se solo facessi presa su questa fiducia che lei – la mia dentista – ripone in me, per autoconvincermi, a questo punto l’avrei presa sì, quella maledetta abitudine.
Dicevamo degli sventurati che ogni tanto s’incontrano, immancabilmente, con l’igienista dentale per la pulizia, come Berlusconi con la Minetti. A me, invece, la pulizia me la fa la dentista (che sfigato, Silvio, e pure con tutti quei soldi), due volte l’anno, e alla fine mi mette una pastina rosa che spalma sui denti con un gommino vibrante, che mi piace tanto. Questo è uno dei momenti più belli, un autentico surrogato del momento del gelato da bambino (che peraltro credo abbia causato molti dei problemi di cui la mia dentista si occupa: è proprio vero che non tutto il male vien per nuocere); tuttavia anche gli interventi più impegnativi, con la mia dentista, diventano delle passeggiate, un’occasione per rilassarsi un poco nella grande sala d’attesa anni settanta, prima di distendersi comodamente su uno dei suoi lettini. Lei, quando serve, mi fa delle anestesie le cui punture faccio persino fatica a sentire – poiché usa un ago fatato da quanto è inconsistente – ed esse mi preservano da qualunque tipo di dolore. Inoltre, ogni volta che sottopongo a qualche intervento serio (come l’estrazione del dente del giudizio), non provo mai nessun dolore particolare, né incontro alcuna complicanza successiva, e questo depone ancor di più a favore della mia dentista. La mia dentista.
La mia dentista, non ve l’ho ancora detto, è minuta, ha i capelli corti un po’ a caschetto tra il castano chiaro e il fulvo e ha dei bellissimi occhi verdi. I suoi collaboratori sono ok, il chirurgo che viene per le estrazioni è simpaticissimo e competentissimo, però è proprio lei, la mia dentista, che fa la differenza. Così, almeno in questa cosa, mi sottraggo alle umane sofferenze di tutti gli altri, là fuori, che corrono per le circonvallazioni su e giù dai tram andando malvolentieri dai loro dentisti. E come non compiangerli, del resto: non vanno mica dalla mia dentista, loro.
venerdì 27 agosto 2010
La prima volta non si scorda mai.
Written Aug 09, 2010 in San’ya, Hainan, China
Revised throughout August in various localities of mainland China
Last revised Aug 27, 2010 in Milano
L’aeroporto era piccolo ma sembrava tutto nuovo, carino. Tetto in legno con travi, spiovente, alla cinese. Entriamo da fuori attraverso un gate dedicato a passeggeri provenienti da Hong Kong, Macao e Taiwan. Il controllo passaporti prima mi indispettisce un po’ per l’attesa, ma è più la stanchezza, forse. Il personale è il primo elemento diverso –
Hanno la divisa verde militare questi qui, e le camicie verdino più chiaro a maniche corte, e hanno volti più duri, volti più duri – ma dove sono quei commessi di Hong Kong tutti sorridenti, coi loro tagli modaioli e occidentali, dove sono gli stewart di terra così gentili e incravattati, tutti questi tizi che entrando e uscendo da grattacieli e centri commerciali, passaggi sopra autostrade cittadine che non sai mai se sei dentro uno spazio pubblico o un negozio, e hanno divise tutte diverse, e sembrava che non esistesse la polizia lì, e che non ce ne fosse bisogno soprattutto – la stanchezza tende a innervosirmi ma mi innervosisce ancor di più il tentare di dissuadere il nervosismo da stanchezza, ma ho paura d’innervosirmi, perché ora sono qui, davanti a un ufficiale dell’Immigrazione della Repubblica Popolare, e ha la divisa verde oliva questo qui, la camicia verdino appena un po’ più chiaro con le maniche corte; ci mette un po’ a controllare il tutto, e c’è un collega subito al di là del gabbiotto di questo, che sta ritto in piedi e sembra sorvegliare le cose lì attorno, e io non voglio certo dare nell’occhio, ché poi neanche c’avessi qualcosa da nascondere, e che c’ho da nascondere io? Niente, sono qui in viaggio di nozze, figurati – un timbro, poi un altro timbro, sfoglia veloce le pagine del passaporto questo ufficiale, eh? Beh probabilmente ne ha sfogliati di passaporti, anche se non so quanti italiani… - e adesso va bene, via verso la Cina, via verso qualcosa che mi hanno detto che è un hotel di lusso – ci sono tanti orientali vestiti bene sul volo, e vengono tutti qui a San’Ya come noi – anche Giulia si libera e corriamo verso il nostro autista, diverso dal tarda mezzetà, tinto arancione stile coloniale che ci aveva accolto a Hong Kong in un parcheggio coloniale s’un pulmino coloniale con cambio automatico coloniale…
Ouch se soffoca anche questo caldo, non saprei non ci sono i pullman double-decker del Sightseeing non ci sono gli aerei e le navi del traffico della Baia ma qui l’umidità ti entra nelle ossa, ti prende subito alla milza e ti torce il respiro nelle budella – ma come hanno fatto quei deficienti degli americani a starsene undic’anni in guerra qui – scoprirò più tardi dalla lonelyplanet che siamo alla stessa latitudine del Vietnam e delle Hawaii, e dal primo nemmeno tanto lontani di longitudine, deh – è questa la prima sensazione quando finisce la tettoia a pagoda del piccolo aeroporto, “arrivi per provenienti da Hong Kong, Macao e Taiwan”… temo per la parte di aeroporto che accoglie i mainlanders, ma ci penserò davvero solo più tardi – e poi via – valigia più grande nell’abitacolo di questa che sembra una specie di Avensis, credo sia giapponese, forse addirittura Toyota come le sembianze, ma non posso giurarci ora – nell’abitacolo ma a me sembrava ci fosse lo spazio dietro, nel bagagliaio, o forse lì il Nostro aveva qualche trabiccolo che ingombrava
la pioggia tropicale mentre scrivo nella notte dell’Isola di Hainan finisce
e via ma non più spediti come a Hong Kong, non più attraverso vialoni che non fosse il grigio prevalente il colore, del cielo delle strade del cemento del mare, non fosse, parrebbe di essere a Miami o a Luanda, e non a Hong Kong – a tutt’altro passo di marcia, e di aria condizionata ce n’è ma il Nostro la usa con parsimonia, aggiustando spesso la manopolina e le bocchette, e… ma come guida, che stai facendo? Non si innesta la terza così presto, non fare questo a un italiano, non a un appassionato di guida, - ripete la stessa operazione per quarta e quinta, Dio, saremo a cinquanta scarsi, e lui è già in quinta, e stessa cosa per le scalate, e via, si va – vialone costeggiato di palme che parrebbe d’essere a Miami, o a Lahore, non fosse che per il color madreperla del cielo, che è simile a quando da noi sta per scendere un diluvio, o quello che noi chiamiamo diluvio, perché che cosa sia veramente un diluvio lo sanno solo in due, Noè e i cinesi (ma purtroppo, qualche giorno dopo, molto meglio l’avrebbero saputo i pakistani), potremmo essere in una qualunque bella metropoli tropicale ben tenuta occidentale o africana, non fosse che per delle specie di piccolissimi mulini a vento bianchi, nuovi, che girano attaccati poco sotto la luce dei lampioni, e potrebbero essere giostre, ma anche strani ammennicoli che il Governo cinese ha installato per obiettivi a me sconosciuti ma senz’altro temibili, direi di sicurezza, di intelligence o comunque volti al controllo delle anime della popolazione o dei turisti; e via – ma questo è solo il viale d’uscita dall’aeroporto, ché non so cosa ci aspetta, ma quando arriva è sicuramente inaspettato e la prosa deve farsi più contorta e contrita ancora
Palazzi palazzoni Dio una motoretta – ma che fa? – è completamente contromano su un’autostrada ancora palazzi non finiti in costruzione in costruzione sembra tutto dannatamente in costruzione ma chi ci abita forse sono pieni di cinesi già lì in questo momento ma il grigio del cielo non mi permette di intravvederli,
palazzi palazzoni palazzi in costruzione un po’ diversi da quelle torri agghiaccianti di Lantau e vicino all’aeroporto di Hong Kong ma comunque impressionanti, non saprei dire se migliori o peggiori, perché qui anche le categorie di giudizio si sfaldano e si ammorbidiscono come le milze esposte all’umido delle due; il vialone si fa ancor più grosso a tre corsie frastagliato di rotonde enormi in cui veicoli – macchine berline medio taglio grosse BMW qualche suv motorini motorette tutti i motorini qui hanno i pedali e spesso glieli vedo anche usare biciclette bici con rimorchio tricicli; ma pochi quadricicli e risciò, qui non c’è spazio per la Cina dei risciò e delle bighe a traino umano di piloti con cappello spiovente di un quadro preso a Canton e appeso alle pareti oro-ocra di uno studio di bambini affacciato su edere di periferia udinese quando battevano ancora gli anni novanta; o meglio non c’è tempo, non c’è più tempo per questa rappresentazione stereotipata del Grande Paese della Tradizione – qui tutto viaggia a mille, il turismo che ancora faccio fatica a inquadrare in questo viaggio dell’assurdo, leggerò, cambia completamente il volto di quest’isola dai contorni strani che fino a pochi anni fa era il confino per i dissidenti del Partito, Il Partito, sì proprio il dannato temibile Partito Comunista Cinese
e ancora carri carretti camion camioncini camionette moto motorini e motorette (financo motocarrozzette), carichi di ogni genere e dalle varie portate – laterizi foglie di palme pacchi fatti di carta da pacchi e carta da sacchi di patate e caffè tipo sudamericano tipo nei film di Bud Spencer ambientati in qualche posto sudamericano, ma soprattutto con una costante – caricare persone in qualunque modo possibile e secondo le combinazioni le più diverse, tre in moto uno di fianco al centro gli altri due agli estremi uno che guarda davanti l’altro indietro è solo una delle molteplici combinazioni possibili; vedo procedere nell’altra direzione un camion grosso con cassone per ghiaia – di quelli che da noi sono guidati solo da uomini barbuti e con i coglioni grossi così, e che noi ci figuriamo siano le cose mobili più pesanti che abbiamo mai visto – ci sono delle persone nel cassone, Dio, delle persone, probabilmente sopra qualcosa che potrebbe essere ghiaia laterizi ferraglia o anche listoni di marmo o di travertino per uno dei resort dell’isola, visto che il cassone è molto alto e le facce vietnamite delle donne – donne – che sporgono da esso si vedono bene;
facce e corpi di donne e uomini su queste bici moto motorini e motorette, tutti vanno piano compreso il Nostro, che ora in uno slancio sarà a sessanta in quinta, e se potesse metterebbe la sesta, tutti tranne quelli coi suv oscurati e Dio, passa Quello, passa una cosa che non ci sta proprio tra queste specie di mangrovie il color plumbeo del cielo i falansteri non finiti le camionette e le facce vietnamite di piccoli vietnamiti che tagliano foglie di palma ai bordi delle strade con le falci – passa una limousine giallo fosforescente che non l’ho vista, così, neanche a New York a Capodanno, passa e non c’entra niente, il giallo fosforescente non riluce nel piombo vestito di verde foglia di palma, non riluce
facce vietnamite olivastre e ora rese di un color terra di Siena dal sole, quali coperte completamente da cappello cinese di paglia a tre piani e fazzoletto, liberi solo occhi raramente protetti da lenti solari, quali completamente esposte, su bici moto motorini e motorette, e corpi – corpi magri smunti molto più magri dei già magri ometti e signorine degli alberghi di Hong Kong, che piaceranno chissà quanto ai maniaci della moda anoressica occidentale, bassi bassini e con le spalle strette, ma questo lo realizzeremo meglio più avanti quando conosceremo i dipendenti del nostro albergo
e la pericolosità, il governo assoluto del caso nella regolazione dei rapporti tra queste entità veicolari, macchine moto motorini e quello che già sapete d’altro, il Caso quale unico re oltre alla Lentezza principio ordinatore immanente e alla Guida a Destra come restaurato ordine delle cose (e venendo da Hong Kong questo è l’unico sollievo visivo e direi intellettuale che si offre al viaggiatore occidentale non britannico), il Caso che fa sì che in autostrade a tre corsie per senso, carretti trainati da umani possano sbucare attraversare e porsi sulla corsia di destra procedendo contromano normalmente; che alle rotonde la modalità di regolazione sia nemmeno “il più forte o il più veloce”, ma semplicemente “quello che capita passa per primo”; che io trasalisca letteralmente, nonostante la velocità ridicola, quando il Nostro ci sembra puntare letteralmente una di quelle entità veicolanti e fluttuanti in questo mare grigio di bitume – come a volerla, in italiano volgare, tirare sotto, salvo correggere all’ultimo con una parvenza di convenienza nell’allargare una curva o qualcosa di simile a volerselo proprio immaginare.
E ancora palazzi palazzoni e cartelli in cinese, grossi cartelli del tutto incomprensibili tappezzano gli stradoni, e le palme paiono verde militare anche loro, e il cielo grigio MIG russo. Le targhe con su ideogrammi e un solo carattere di quell’altro alfabeto, qui minore – a parte i numeri, sorprendentemente comuni tra i nostri due pianeti. Audi Q7 ci passano da destra e facce vietnamite ci scrutano da dietro qualche palma, quelle che non riposano. Qualche ragazzo, sparuto, ha caschi più da cantiere che da motociclista. E non saprei dire se donne vietnamite su cassoni di camion di ghiaia dovrebbero o meno portare caschi omologati, non saprei.
Revised throughout August in various localities of mainland China
Last revised Aug 27, 2010 in Milano
L’aeroporto era piccolo ma sembrava tutto nuovo, carino. Tetto in legno con travi, spiovente, alla cinese. Entriamo da fuori attraverso un gate dedicato a passeggeri provenienti da Hong Kong, Macao e Taiwan. Il controllo passaporti prima mi indispettisce un po’ per l’attesa, ma è più la stanchezza, forse. Il personale è il primo elemento diverso –
Hanno la divisa verde militare questi qui, e le camicie verdino più chiaro a maniche corte, e hanno volti più duri, volti più duri – ma dove sono quei commessi di Hong Kong tutti sorridenti, coi loro tagli modaioli e occidentali, dove sono gli stewart di terra così gentili e incravattati, tutti questi tizi che entrando e uscendo da grattacieli e centri commerciali, passaggi sopra autostrade cittadine che non sai mai se sei dentro uno spazio pubblico o un negozio, e hanno divise tutte diverse, e sembrava che non esistesse la polizia lì, e che non ce ne fosse bisogno soprattutto – la stanchezza tende a innervosirmi ma mi innervosisce ancor di più il tentare di dissuadere il nervosismo da stanchezza, ma ho paura d’innervosirmi, perché ora sono qui, davanti a un ufficiale dell’Immigrazione della Repubblica Popolare, e ha la divisa verde oliva questo qui, la camicia verdino appena un po’ più chiaro con le maniche corte; ci mette un po’ a controllare il tutto, e c’è un collega subito al di là del gabbiotto di questo, che sta ritto in piedi e sembra sorvegliare le cose lì attorno, e io non voglio certo dare nell’occhio, ché poi neanche c’avessi qualcosa da nascondere, e che c’ho da nascondere io? Niente, sono qui in viaggio di nozze, figurati – un timbro, poi un altro timbro, sfoglia veloce le pagine del passaporto questo ufficiale, eh? Beh probabilmente ne ha sfogliati di passaporti, anche se non so quanti italiani… - e adesso va bene, via verso la Cina, via verso qualcosa che mi hanno detto che è un hotel di lusso – ci sono tanti orientali vestiti bene sul volo, e vengono tutti qui a San’Ya come noi – anche Giulia si libera e corriamo verso il nostro autista, diverso dal tarda mezzetà, tinto arancione stile coloniale che ci aveva accolto a Hong Kong in un parcheggio coloniale s’un pulmino coloniale con cambio automatico coloniale…
Ouch se soffoca anche questo caldo, non saprei non ci sono i pullman double-decker del Sightseeing non ci sono gli aerei e le navi del traffico della Baia ma qui l’umidità ti entra nelle ossa, ti prende subito alla milza e ti torce il respiro nelle budella – ma come hanno fatto quei deficienti degli americani a starsene undic’anni in guerra qui – scoprirò più tardi dalla lonelyplanet che siamo alla stessa latitudine del Vietnam e delle Hawaii, e dal primo nemmeno tanto lontani di longitudine, deh – è questa la prima sensazione quando finisce la tettoia a pagoda del piccolo aeroporto, “arrivi per provenienti da Hong Kong, Macao e Taiwan”… temo per la parte di aeroporto che accoglie i mainlanders, ma ci penserò davvero solo più tardi – e poi via – valigia più grande nell’abitacolo di questa che sembra una specie di Avensis, credo sia giapponese, forse addirittura Toyota come le sembianze, ma non posso giurarci ora – nell’abitacolo ma a me sembrava ci fosse lo spazio dietro, nel bagagliaio, o forse lì il Nostro aveva qualche trabiccolo che ingombrava
la pioggia tropicale mentre scrivo nella notte dell’Isola di Hainan finisce
e via ma non più spediti come a Hong Kong, non più attraverso vialoni che non fosse il grigio prevalente il colore, del cielo delle strade del cemento del mare, non fosse, parrebbe di essere a Miami o a Luanda, e non a Hong Kong – a tutt’altro passo di marcia, e di aria condizionata ce n’è ma il Nostro la usa con parsimonia, aggiustando spesso la manopolina e le bocchette, e… ma come guida, che stai facendo? Non si innesta la terza così presto, non fare questo a un italiano, non a un appassionato di guida, - ripete la stessa operazione per quarta e quinta, Dio, saremo a cinquanta scarsi, e lui è già in quinta, e stessa cosa per le scalate, e via, si va – vialone costeggiato di palme che parrebbe d’essere a Miami, o a Lahore, non fosse che per il color madreperla del cielo, che è simile a quando da noi sta per scendere un diluvio, o quello che noi chiamiamo diluvio, perché che cosa sia veramente un diluvio lo sanno solo in due, Noè e i cinesi (ma purtroppo, qualche giorno dopo, molto meglio l’avrebbero saputo i pakistani), potremmo essere in una qualunque bella metropoli tropicale ben tenuta occidentale o africana, non fosse che per delle specie di piccolissimi mulini a vento bianchi, nuovi, che girano attaccati poco sotto la luce dei lampioni, e potrebbero essere giostre, ma anche strani ammennicoli che il Governo cinese ha installato per obiettivi a me sconosciuti ma senz’altro temibili, direi di sicurezza, di intelligence o comunque volti al controllo delle anime della popolazione o dei turisti; e via – ma questo è solo il viale d’uscita dall’aeroporto, ché non so cosa ci aspetta, ma quando arriva è sicuramente inaspettato e la prosa deve farsi più contorta e contrita ancora
Palazzi palazzoni Dio una motoretta – ma che fa? – è completamente contromano su un’autostrada ancora palazzi non finiti in costruzione in costruzione sembra tutto dannatamente in costruzione ma chi ci abita forse sono pieni di cinesi già lì in questo momento ma il grigio del cielo non mi permette di intravvederli,
palazzi palazzoni palazzi in costruzione un po’ diversi da quelle torri agghiaccianti di Lantau e vicino all’aeroporto di Hong Kong ma comunque impressionanti, non saprei dire se migliori o peggiori, perché qui anche le categorie di giudizio si sfaldano e si ammorbidiscono come le milze esposte all’umido delle due; il vialone si fa ancor più grosso a tre corsie frastagliato di rotonde enormi in cui veicoli – macchine berline medio taglio grosse BMW qualche suv motorini motorette tutti i motorini qui hanno i pedali e spesso glieli vedo anche usare biciclette bici con rimorchio tricicli; ma pochi quadricicli e risciò, qui non c’è spazio per la Cina dei risciò e delle bighe a traino umano di piloti con cappello spiovente di un quadro preso a Canton e appeso alle pareti oro-ocra di uno studio di bambini affacciato su edere di periferia udinese quando battevano ancora gli anni novanta; o meglio non c’è tempo, non c’è più tempo per questa rappresentazione stereotipata del Grande Paese della Tradizione – qui tutto viaggia a mille, il turismo che ancora faccio fatica a inquadrare in questo viaggio dell’assurdo, leggerò, cambia completamente il volto di quest’isola dai contorni strani che fino a pochi anni fa era il confino per i dissidenti del Partito, Il Partito, sì proprio il dannato temibile Partito Comunista Cinese
e ancora carri carretti camion camioncini camionette moto motorini e motorette (financo motocarrozzette), carichi di ogni genere e dalle varie portate – laterizi foglie di palme pacchi fatti di carta da pacchi e carta da sacchi di patate e caffè tipo sudamericano tipo nei film di Bud Spencer ambientati in qualche posto sudamericano, ma soprattutto con una costante – caricare persone in qualunque modo possibile e secondo le combinazioni le più diverse, tre in moto uno di fianco al centro gli altri due agli estremi uno che guarda davanti l’altro indietro è solo una delle molteplici combinazioni possibili; vedo procedere nell’altra direzione un camion grosso con cassone per ghiaia – di quelli che da noi sono guidati solo da uomini barbuti e con i coglioni grossi così, e che noi ci figuriamo siano le cose mobili più pesanti che abbiamo mai visto – ci sono delle persone nel cassone, Dio, delle persone, probabilmente sopra qualcosa che potrebbe essere ghiaia laterizi ferraglia o anche listoni di marmo o di travertino per uno dei resort dell’isola, visto che il cassone è molto alto e le facce vietnamite delle donne – donne – che sporgono da esso si vedono bene;
facce e corpi di donne e uomini su queste bici moto motorini e motorette, tutti vanno piano compreso il Nostro, che ora in uno slancio sarà a sessanta in quinta, e se potesse metterebbe la sesta, tutti tranne quelli coi suv oscurati e Dio, passa Quello, passa una cosa che non ci sta proprio tra queste specie di mangrovie il color plumbeo del cielo i falansteri non finiti le camionette e le facce vietnamite di piccoli vietnamiti che tagliano foglie di palma ai bordi delle strade con le falci – passa una limousine giallo fosforescente che non l’ho vista, così, neanche a New York a Capodanno, passa e non c’entra niente, il giallo fosforescente non riluce nel piombo vestito di verde foglia di palma, non riluce
facce vietnamite olivastre e ora rese di un color terra di Siena dal sole, quali coperte completamente da cappello cinese di paglia a tre piani e fazzoletto, liberi solo occhi raramente protetti da lenti solari, quali completamente esposte, su bici moto motorini e motorette, e corpi – corpi magri smunti molto più magri dei già magri ometti e signorine degli alberghi di Hong Kong, che piaceranno chissà quanto ai maniaci della moda anoressica occidentale, bassi bassini e con le spalle strette, ma questo lo realizzeremo meglio più avanti quando conosceremo i dipendenti del nostro albergo
e la pericolosità, il governo assoluto del caso nella regolazione dei rapporti tra queste entità veicolari, macchine moto motorini e quello che già sapete d’altro, il Caso quale unico re oltre alla Lentezza principio ordinatore immanente e alla Guida a Destra come restaurato ordine delle cose (e venendo da Hong Kong questo è l’unico sollievo visivo e direi intellettuale che si offre al viaggiatore occidentale non britannico), il Caso che fa sì che in autostrade a tre corsie per senso, carretti trainati da umani possano sbucare attraversare e porsi sulla corsia di destra procedendo contromano normalmente; che alle rotonde la modalità di regolazione sia nemmeno “il più forte o il più veloce”, ma semplicemente “quello che capita passa per primo”; che io trasalisca letteralmente, nonostante la velocità ridicola, quando il Nostro ci sembra puntare letteralmente una di quelle entità veicolanti e fluttuanti in questo mare grigio di bitume – come a volerla, in italiano volgare, tirare sotto, salvo correggere all’ultimo con una parvenza di convenienza nell’allargare una curva o qualcosa di simile a volerselo proprio immaginare.
E ancora palazzi palazzoni e cartelli in cinese, grossi cartelli del tutto incomprensibili tappezzano gli stradoni, e le palme paiono verde militare anche loro, e il cielo grigio MIG russo. Le targhe con su ideogrammi e un solo carattere di quell’altro alfabeto, qui minore – a parte i numeri, sorprendentemente comuni tra i nostri due pianeti. Audi Q7 ci passano da destra e facce vietnamite ci scrutano da dietro qualche palma, quelle che non riposano. Qualche ragazzo, sparuto, ha caschi più da cantiere che da motociclista. E non saprei dire se donne vietnamite su cassoni di camion di ghiaia dovrebbero o meno portare caschi omologati, non saprei.
domenica 25 luglio 2010
Ospedali.
Written Nov 17, 2009 in Udine
Last revised Jul 25, 2010 in Bologna
Quando urlo nel letto torcendo appena la gamba sull’interno, capiamo entrambi che dobbiamo andare. Non riesco a ricordare se G. mi abbia confessato subito, o solo successivamente, di essersi praticamente addormentato forse un minuto prima del mio urlo. Quello che ricordo bene è la sua faccia, un misto tra stanchezza infinita e rassegnazione benevola, nell’alzarsi dal letto per aiutarmi a vestirmi.
Sul taxi incontro praticamente la persona più felice e serena di questo mondo. Non che non ce ne siano, a Bologna, di “vecchietti” così. Questo non so nemmeno se chiamarlo “vecchietto”, tanto è vispo e tanto è pulito il suo viso, anche attorno agli occhi, mentre mi parla di quando ha fatto il militare in Friuli – a beneficio dei non friulani che magari non lo sanno, circa l’80% dei militari di leva italiani negli ultimi 60 anni hanno fatto “il militare” in Friuli… - e mentre mi spiega, fiero, come funziona bene il sistema automatico di assegnazione delle chiamate della Cotabo. Si rivela cruciale appena lo vediamo, prima di salire in macchina, quando ci dice che il S. Orsola non ha un pronto soccorso ortopedico. E quindi via al Maggiore, perché il mitico Ortopedico Rizzoli chiude il pronto soccorso di notte per lavori. Mi strappa un largo sorriso, poi, quando illustrandomi le magiche virtù del sistema satellitare legge il mio cognome sullo schermo (o glielo dico io?) e fa la rima con “Timau”, il fiume sul quale è stato così impegnato durante la sua leva. Ironia della sorte, e coincidenza che mi rincuora, nella sua “scorciatoia” verso l’ospedale che evita i viali, scorgo il nome di una laterale – via del Timavo.
L’Ospedale Maggiore è un edificio piuttosto imponente e molto nuovo, che mi aveva già colpito in una precedente occasione. Passo il triage tranquillo, e non scorgo situazioni particolarmente disperate. Mi mettono subito su una barella, quattro domande e via, si vede che mi sono fatto male alla gamba e quindi niente saturazione o cose spettacolari alla E.R.. Mi spostano davanti alle porte del pronto soccorso ortopedico, o sala gessi. Qui la situazione è già più caratteristica: un sudamericano basso e smilzo con un paille arancione sbiadito è afflosciato su una barella accanto alla mia, e ogni tanto emette suoni confusi e fastidiosi, rigirandosi malamente sul suo letto mobile; qualcuno gli ha messo addosso una coperta di lana modello ospedale, che però lui ha scombinato variamente e a suo modo. Elemento di tristezza #1. C’è una coppia che G. e io non capiamo bene: lui guaisce di dolore piuttosto frequentemente, rigirandosi su se stesso con estrema libertà, al punto che risulta difficile capire quale sia il suo problema – in ortopedia, di solito uno rimane fermo almeno con l’arto malato… La signora che gli sta a fianco, magrezza eccessiva e faccia rassegnata che contrastano col giubbotto firmato, sembra essere un po’ troppo indifferente alla sofferenza del tizio, come se non gliene fregasse più di tanto, oppure sapesse bene che il tenore dei “lamenti” è spoporzionato rispetto alla ferita. Elemento di tristezza #2. Ci consola il passaggio di una bella ragazza in lettiga con gesso al braccio, accompagnata da uno stuolo di amici: saranno almeno cinque o sei, per fortuna non rumorosi, tra i quali una ragazza sospettosamente bellissima, forse ritoccata in qualche punto ma un po’ troppo giovane per averne davvero avuto bisogno.
L’attesa in questa piccola insenatura di corridoio è a dir poco estenuante. Saranno passate le 3 e mezza. Prima cerchiamo di tenerci svegli e farci compagnia parlando un po’, poi il sonno appesantisce il mio umore già sfidato dalla paura che l’ortopedico mi faccia malissimo, dal fastidio che mi possano mettere un gesso che mi farà uscire dai giochi per parecchio, e dal già provato urto con l’amara, cruda realtà del pronto soccorso di notte. Ringrazio il cielo che ci sia G. con me: lui d’altra parte non perde un briciolo della sua allegria e cordialità, anche se il suo volto esprime stanchezza da tutti i pori. Chiudere gli occhi e riposare un po’ mi dà un sollievo enorme, quasi insperato. Anche G. si riposa.
La prima visita è sconcertante da quanto dura poco. Letteralmente non ho il tempo di entrare con tutta la lettiga nella stanza: il medico, sulla trentacinquina con un bel volto incorniciato da capelli brizzolati e forse un po’ appesantito da una barba sottile con pizzetto, mi viene incontro come se volesse limitare l’invasione della mia “malattia” nel suo studio, tenerla al di fuori. Mi rivolge una domanda frettolosa e generica, del tipo “Cosa abbiamo qui”, e non mi dà l’impressione di stare ascoltandomi davvero quando farfuglio la dinamica dell’incidente. Solleva la gamba e muove un pochino il ginocchio in senso laterale, a destra e a sinistra, come a voler verificare che polpaccio tibia e perone siano ancora attaccati a coscia e quadricipite. Accade tutto così rapidamente che non ho neanche il tempo di pensare che, miracolosamente, non mi sta facendo male – il medico, intendo, non mi sta praticando una di quelle “manovre che ti rimettono a posto quella cosa che era uscita dalla sua sede”, incubo stratificato di racconti in cui nasi, spalle, giunture, ossa vengono ulteriormente martoriati dal medico, dopo essere stati lesi, “per una migliore guarigione”. Dopo una specie di premessa interlocutoria in cui spara a gran velocità un professionale “grossolanamente, di solito in situazioni di questo tipo viene interessato il collaterale mediale”, il responso finale è talmente scontato da provocarmi, ora che ci penso, una smorfia di reazione per eccesso di banalità, pur riconoscendo che questa sia la prassi medica e ortopedica – non è che ci sia tanta creatività, neh, nel constatare che ti sei devastato qualche arto, tentare di capire più o meno come, e poi immobilizzarlo nel modo migliore perché il tempo, il dannato tempo, lo guarisca da solo. Forse è il come lo dice, che aggiunge – o per lo meno non toglie – banalità alla banalità intrinseca nell’indicazione; ma sì, dài, lo avete già intuìto, cosa può dire un ortopedico al pronto soccorso dopo che ti sei “fatto male” al ginocchio o a qualunque altro arto, dove vuoi che ti mandi, la riposta già la sai, ti verrebbe da dirgli “guarda, ci vado io senza che me lo dica tu”, è una strada a senso unico, un giallo di cui è già stato rivelato il finale.
Beh, facciamo una lastra, e poi vediamo.
Mentre G. cerca il nome del ragazzo della sorella, che lavora qui, sulle porte della Radiologia, il mio ginocchio viene fotografato in un paio di posizioni. Ulteriore attesa del referto e della chiamata dell’ortopedico – un altro – che leggerà il referto (o per lo meno me lo auguro) e rivaluterà. La seconda visita si svolge secondo modalità ben diverse: diversa la sala, visibile in tutta la sua lunghezza dalla mia ottica particolare – avete presente la sigla di Scrubs, o una qualunque soggettiva ripresa dalla testiera di una lettiga (scena iniziale e finale di Carlito’s Way? O erano oggettive quelle?), ecco, è una visuale particolare quella che vi si spalanca davanti mentre vi trasportano, e mi preoccupo di ogni angolo in cui potrebbero farmi sbattere – lunghezza che fa tutt’uno con la distanza di questo secondo, più anziano medico, che adotta una forma di contatto con il paziente opposta a quella del primo. Se quello mi era venuto incontro, respingendomi fuori immediatamente, questo se ne sta ben lontano da dove sono io, parcheggiato di fronte a una scrivania, risultandomi più lontano da essa che se fossi seduto; e lui non è già dietro la scrivania, bensì più in là ancora, seduto di lato davanti a un altro tavolo dove c’è un computer, sul quale sta scrivendo qualcosa. Sulla sessantina scarsa, con abbondanti capelli bianco-grigi tagliati corti, e ordinatamente saldati all’addomesticata barba dello stesso colore, al mio stanco e monotonico “buonasera”, un po’ fuori luogo dato che saranno le 5 di mattina, risponde unicamente con un’occhiata tra l’indifferente e il supponente, rigirandosi subito a guardare lo schermo. Quando si alza, chiede “Com è successo” in forma puramente retorica, tanto da non meritarsi nemmeno il punto di domanda mentre scrivo, degno solo di chi sia veramente interessato a una risposta dell’altro. Mi prende la gamba e fa qualche movimento in più rispetto all’altro giovane, impettito collega, soprattutto lateralmente, poi prendo l’iniziativa e gli dico dove mi fa male, anche solo alla palpazione. Reagisce incredibilmente in modo interattivo, quasi empatico, dicendo una cosa del tipo “ah sì, è proprio qui che le fa male, eh?”, ma forse ci metto del mio, ora, ricostruendo la vicenda e imbellendo qualcosa che nella realtà è stato più freddo.
La valutazione non è fulminea come il beh, facciamo una lastra e poi vediamo, perfetto nella sua sintesi e direi quasi letterariamente interessante dell’altro medico, ma comunque rapida, svelta. “Beh mi sembra stabile,”, seguìto da uno scambio di sguardi con l’infermiera, quasi complice, oppure no, forse una sorta di domanda implicita, come a voler sollecitare un’approvazione in lei, qualcosa che scardina per un attimo la prassi medica, la gerarchia – un ortopedico che chiede un’approvazione di un parere clinico a un’infermiera? – oppure forse è solo un modo gentile per chiederle di procedere con la realizzazione pratica di ciò che lui prescrive, e cioè, subito dopo: “mettiamo una ginocchiera di cartone, no?” – ecco, questo rientra molto più all’interno della procedura: diagnosi, terapia: e indicazione all’infermiera.
Forse mi dice anche “adesso le scrivo qualcosa”, ma non potrei giurarci. Quello che è sicuro è che sul momento non mi dice niente che possa assomigliare a una diagnosi o a un referto, lasciandomi tra il deluso e il rassegnato, muto.
L’infermiera è molto brava mentre mi fascia tutta la gamba, dalla caviglia all’anca, con plurimi strati di cotone batuffoloso e garze – chiudendo in un trionfo di fascia elastica che tiene tutto insieme. Parla in tono basso, educato con l’altra infermiera, quella che mi ha portato dal triage al Corridoio della Tristezza, e mi stupisce rivelando una curiosità infinita e un’accurata conoscenza della geografia africana nel momento in cui discorrono di una specie di “settimana di ferie extra obbligatorie a maggio”: “vorrei farmi lo Yemen del Sud o il deserto del…”. La mia memoria non mi assiste nel ricordare la sua seconda destinazione preferita, né forse la mia conoscenza geografica eguaglia la sua, non arrivando a coprire il buco. Leggo qualcosa di profondo dietro la sua corporatura mingherlina, la capigliatura anonima, ingrigita ma tinta leggermente; fatico di più a capire che cosa ci sia dietro l’altra infermiera, dall’aspetto semplice e dai modi un po’ burberi, decisamente più appesantita e con dei bei capelli biondi raccolti in una classica coda di cavallo sopra la nuca. Probabimente subisce la “notte” a giudicare dalle pur non esagerate occhiaie grigiastre, ma non avrebbe un brutto viso; più che altro, forse, è disingentilito dai modi. Mi ricorda una certa semplicità friulana del portarsi.
Alle sei di mattina ricevo referti ortopedici, radiologici e lastra in CD-ROM (!) di cui mi preoccupo subito: se un medico di un altro ospedale vorrà vederla, magari non riuscirà a leggere il CD... Il taxi arriva con qualche difficoltà – forse il sistema non era così intelligente come diceva il vecchino? I furgoni della ristorazione animano l’uscita del pronto soccorso, per altro ancora buio e deserto. Io mi sento veramente molto, molto meglio nonostante la stanchezza. Dopo la lastra mi ero già sentito molto più sollevato. Non ho elencato qui tutti i personaggi del Corridoio della Tristezza. Immagini di una vecchia accettazione al triage del Sant’Orsola erano affiorate durante la lunga attesa. Non c’era solo il fatto del dolore fisico. Quando arriva così tutto insieme a volte mi sembra di non poterlo reggere, e faccio troppe associazioni. L’incidente a volte si lega a un senso di colpa per quello che avremmo potuto fare per evitarlo, o per la probabile causa dipendente da un nostro atteggiamento che non ci è piaciuto. E fermo in attesa nei corridoi di un pronto soccorso, non ho mai potuto fare a meno di rimanere colpito dalla varietà di situazioni umane che ci si presentano, tutte segnate, anche se in gradi variabili e che spesso non riusciamo ad afferrare, da un che di tragico.
Distorsione ginocchio dx con risentimento sul collaterale mediale. Non si evidenziano immagini riferibili a linee di frattura. Si confeziona ginocchiera di cartone a dx, analgesici al bisogno, visita successiva 7 gg.
La moderata bontà della prognosi riflette perfettamente il mio stato mentale al rilascio.
Last revised Jul 25, 2010 in Bologna
Quando urlo nel letto torcendo appena la gamba sull’interno, capiamo entrambi che dobbiamo andare. Non riesco a ricordare se G. mi abbia confessato subito, o solo successivamente, di essersi praticamente addormentato forse un minuto prima del mio urlo. Quello che ricordo bene è la sua faccia, un misto tra stanchezza infinita e rassegnazione benevola, nell’alzarsi dal letto per aiutarmi a vestirmi.
Sul taxi incontro praticamente la persona più felice e serena di questo mondo. Non che non ce ne siano, a Bologna, di “vecchietti” così. Questo non so nemmeno se chiamarlo “vecchietto”, tanto è vispo e tanto è pulito il suo viso, anche attorno agli occhi, mentre mi parla di quando ha fatto il militare in Friuli – a beneficio dei non friulani che magari non lo sanno, circa l’80% dei militari di leva italiani negli ultimi 60 anni hanno fatto “il militare” in Friuli… - e mentre mi spiega, fiero, come funziona bene il sistema automatico di assegnazione delle chiamate della Cotabo. Si rivela cruciale appena lo vediamo, prima di salire in macchina, quando ci dice che il S. Orsola non ha un pronto soccorso ortopedico. E quindi via al Maggiore, perché il mitico Ortopedico Rizzoli chiude il pronto soccorso di notte per lavori. Mi strappa un largo sorriso, poi, quando illustrandomi le magiche virtù del sistema satellitare legge il mio cognome sullo schermo (o glielo dico io?) e fa la rima con “Timau”, il fiume sul quale è stato così impegnato durante la sua leva. Ironia della sorte, e coincidenza che mi rincuora, nella sua “scorciatoia” verso l’ospedale che evita i viali, scorgo il nome di una laterale – via del Timavo.
L’Ospedale Maggiore è un edificio piuttosto imponente e molto nuovo, che mi aveva già colpito in una precedente occasione. Passo il triage tranquillo, e non scorgo situazioni particolarmente disperate. Mi mettono subito su una barella, quattro domande e via, si vede che mi sono fatto male alla gamba e quindi niente saturazione o cose spettacolari alla E.R.. Mi spostano davanti alle porte del pronto soccorso ortopedico, o sala gessi. Qui la situazione è già più caratteristica: un sudamericano basso e smilzo con un paille arancione sbiadito è afflosciato su una barella accanto alla mia, e ogni tanto emette suoni confusi e fastidiosi, rigirandosi malamente sul suo letto mobile; qualcuno gli ha messo addosso una coperta di lana modello ospedale, che però lui ha scombinato variamente e a suo modo. Elemento di tristezza #1. C’è una coppia che G. e io non capiamo bene: lui guaisce di dolore piuttosto frequentemente, rigirandosi su se stesso con estrema libertà, al punto che risulta difficile capire quale sia il suo problema – in ortopedia, di solito uno rimane fermo almeno con l’arto malato… La signora che gli sta a fianco, magrezza eccessiva e faccia rassegnata che contrastano col giubbotto firmato, sembra essere un po’ troppo indifferente alla sofferenza del tizio, come se non gliene fregasse più di tanto, oppure sapesse bene che il tenore dei “lamenti” è spoporzionato rispetto alla ferita. Elemento di tristezza #2. Ci consola il passaggio di una bella ragazza in lettiga con gesso al braccio, accompagnata da uno stuolo di amici: saranno almeno cinque o sei, per fortuna non rumorosi, tra i quali una ragazza sospettosamente bellissima, forse ritoccata in qualche punto ma un po’ troppo giovane per averne davvero avuto bisogno.
L’attesa in questa piccola insenatura di corridoio è a dir poco estenuante. Saranno passate le 3 e mezza. Prima cerchiamo di tenerci svegli e farci compagnia parlando un po’, poi il sonno appesantisce il mio umore già sfidato dalla paura che l’ortopedico mi faccia malissimo, dal fastidio che mi possano mettere un gesso che mi farà uscire dai giochi per parecchio, e dal già provato urto con l’amara, cruda realtà del pronto soccorso di notte. Ringrazio il cielo che ci sia G. con me: lui d’altra parte non perde un briciolo della sua allegria e cordialità, anche se il suo volto esprime stanchezza da tutti i pori. Chiudere gli occhi e riposare un po’ mi dà un sollievo enorme, quasi insperato. Anche G. si riposa.
La prima visita è sconcertante da quanto dura poco. Letteralmente non ho il tempo di entrare con tutta la lettiga nella stanza: il medico, sulla trentacinquina con un bel volto incorniciato da capelli brizzolati e forse un po’ appesantito da una barba sottile con pizzetto, mi viene incontro come se volesse limitare l’invasione della mia “malattia” nel suo studio, tenerla al di fuori. Mi rivolge una domanda frettolosa e generica, del tipo “Cosa abbiamo qui”, e non mi dà l’impressione di stare ascoltandomi davvero quando farfuglio la dinamica dell’incidente. Solleva la gamba e muove un pochino il ginocchio in senso laterale, a destra e a sinistra, come a voler verificare che polpaccio tibia e perone siano ancora attaccati a coscia e quadricipite. Accade tutto così rapidamente che non ho neanche il tempo di pensare che, miracolosamente, non mi sta facendo male – il medico, intendo, non mi sta praticando una di quelle “manovre che ti rimettono a posto quella cosa che era uscita dalla sua sede”, incubo stratificato di racconti in cui nasi, spalle, giunture, ossa vengono ulteriormente martoriati dal medico, dopo essere stati lesi, “per una migliore guarigione”. Dopo una specie di premessa interlocutoria in cui spara a gran velocità un professionale “grossolanamente, di solito in situazioni di questo tipo viene interessato il collaterale mediale”, il responso finale è talmente scontato da provocarmi, ora che ci penso, una smorfia di reazione per eccesso di banalità, pur riconoscendo che questa sia la prassi medica e ortopedica – non è che ci sia tanta creatività, neh, nel constatare che ti sei devastato qualche arto, tentare di capire più o meno come, e poi immobilizzarlo nel modo migliore perché il tempo, il dannato tempo, lo guarisca da solo. Forse è il come lo dice, che aggiunge – o per lo meno non toglie – banalità alla banalità intrinseca nell’indicazione; ma sì, dài, lo avete già intuìto, cosa può dire un ortopedico al pronto soccorso dopo che ti sei “fatto male” al ginocchio o a qualunque altro arto, dove vuoi che ti mandi, la riposta già la sai, ti verrebbe da dirgli “guarda, ci vado io senza che me lo dica tu”, è una strada a senso unico, un giallo di cui è già stato rivelato il finale.
Beh, facciamo una lastra, e poi vediamo.
Mentre G. cerca il nome del ragazzo della sorella, che lavora qui, sulle porte della Radiologia, il mio ginocchio viene fotografato in un paio di posizioni. Ulteriore attesa del referto e della chiamata dell’ortopedico – un altro – che leggerà il referto (o per lo meno me lo auguro) e rivaluterà. La seconda visita si svolge secondo modalità ben diverse: diversa la sala, visibile in tutta la sua lunghezza dalla mia ottica particolare – avete presente la sigla di Scrubs, o una qualunque soggettiva ripresa dalla testiera di una lettiga (scena iniziale e finale di Carlito’s Way? O erano oggettive quelle?), ecco, è una visuale particolare quella che vi si spalanca davanti mentre vi trasportano, e mi preoccupo di ogni angolo in cui potrebbero farmi sbattere – lunghezza che fa tutt’uno con la distanza di questo secondo, più anziano medico, che adotta una forma di contatto con il paziente opposta a quella del primo. Se quello mi era venuto incontro, respingendomi fuori immediatamente, questo se ne sta ben lontano da dove sono io, parcheggiato di fronte a una scrivania, risultandomi più lontano da essa che se fossi seduto; e lui non è già dietro la scrivania, bensì più in là ancora, seduto di lato davanti a un altro tavolo dove c’è un computer, sul quale sta scrivendo qualcosa. Sulla sessantina scarsa, con abbondanti capelli bianco-grigi tagliati corti, e ordinatamente saldati all’addomesticata barba dello stesso colore, al mio stanco e monotonico “buonasera”, un po’ fuori luogo dato che saranno le 5 di mattina, risponde unicamente con un’occhiata tra l’indifferente e il supponente, rigirandosi subito a guardare lo schermo. Quando si alza, chiede “Com è successo” in forma puramente retorica, tanto da non meritarsi nemmeno il punto di domanda mentre scrivo, degno solo di chi sia veramente interessato a una risposta dell’altro. Mi prende la gamba e fa qualche movimento in più rispetto all’altro giovane, impettito collega, soprattutto lateralmente, poi prendo l’iniziativa e gli dico dove mi fa male, anche solo alla palpazione. Reagisce incredibilmente in modo interattivo, quasi empatico, dicendo una cosa del tipo “ah sì, è proprio qui che le fa male, eh?”, ma forse ci metto del mio, ora, ricostruendo la vicenda e imbellendo qualcosa che nella realtà è stato più freddo.
La valutazione non è fulminea come il beh, facciamo una lastra e poi vediamo, perfetto nella sua sintesi e direi quasi letterariamente interessante dell’altro medico, ma comunque rapida, svelta. “Beh mi sembra stabile,”, seguìto da uno scambio di sguardi con l’infermiera, quasi complice, oppure no, forse una sorta di domanda implicita, come a voler sollecitare un’approvazione in lei, qualcosa che scardina per un attimo la prassi medica, la gerarchia – un ortopedico che chiede un’approvazione di un parere clinico a un’infermiera? – oppure forse è solo un modo gentile per chiederle di procedere con la realizzazione pratica di ciò che lui prescrive, e cioè, subito dopo: “mettiamo una ginocchiera di cartone, no?” – ecco, questo rientra molto più all’interno della procedura: diagnosi, terapia: e indicazione all’infermiera.
Forse mi dice anche “adesso le scrivo qualcosa”, ma non potrei giurarci. Quello che è sicuro è che sul momento non mi dice niente che possa assomigliare a una diagnosi o a un referto, lasciandomi tra il deluso e il rassegnato, muto.
L’infermiera è molto brava mentre mi fascia tutta la gamba, dalla caviglia all’anca, con plurimi strati di cotone batuffoloso e garze – chiudendo in un trionfo di fascia elastica che tiene tutto insieme. Parla in tono basso, educato con l’altra infermiera, quella che mi ha portato dal triage al Corridoio della Tristezza, e mi stupisce rivelando una curiosità infinita e un’accurata conoscenza della geografia africana nel momento in cui discorrono di una specie di “settimana di ferie extra obbligatorie a maggio”: “vorrei farmi lo Yemen del Sud o il deserto del…”. La mia memoria non mi assiste nel ricordare la sua seconda destinazione preferita, né forse la mia conoscenza geografica eguaglia la sua, non arrivando a coprire il buco. Leggo qualcosa di profondo dietro la sua corporatura mingherlina, la capigliatura anonima, ingrigita ma tinta leggermente; fatico di più a capire che cosa ci sia dietro l’altra infermiera, dall’aspetto semplice e dai modi un po’ burberi, decisamente più appesantita e con dei bei capelli biondi raccolti in una classica coda di cavallo sopra la nuca. Probabimente subisce la “notte” a giudicare dalle pur non esagerate occhiaie grigiastre, ma non avrebbe un brutto viso; più che altro, forse, è disingentilito dai modi. Mi ricorda una certa semplicità friulana del portarsi.
Alle sei di mattina ricevo referti ortopedici, radiologici e lastra in CD-ROM (!) di cui mi preoccupo subito: se un medico di un altro ospedale vorrà vederla, magari non riuscirà a leggere il CD... Il taxi arriva con qualche difficoltà – forse il sistema non era così intelligente come diceva il vecchino? I furgoni della ristorazione animano l’uscita del pronto soccorso, per altro ancora buio e deserto. Io mi sento veramente molto, molto meglio nonostante la stanchezza. Dopo la lastra mi ero già sentito molto più sollevato. Non ho elencato qui tutti i personaggi del Corridoio della Tristezza. Immagini di una vecchia accettazione al triage del Sant’Orsola erano affiorate durante la lunga attesa. Non c’era solo il fatto del dolore fisico. Quando arriva così tutto insieme a volte mi sembra di non poterlo reggere, e faccio troppe associazioni. L’incidente a volte si lega a un senso di colpa per quello che avremmo potuto fare per evitarlo, o per la probabile causa dipendente da un nostro atteggiamento che non ci è piaciuto. E fermo in attesa nei corridoi di un pronto soccorso, non ho mai potuto fare a meno di rimanere colpito dalla varietà di situazioni umane che ci si presentano, tutte segnate, anche se in gradi variabili e che spesso non riusciamo ad afferrare, da un che di tragico.
Distorsione ginocchio dx con risentimento sul collaterale mediale. Non si evidenziano immagini riferibili a linee di frattura. Si confeziona ginocchiera di cartone a dx, analgesici al bisogno, visita successiva 7 gg.
La moderata bontà della prognosi riflette perfettamente il mio stato mentale al rilascio.
martedì 20 luglio 2010
Senso.
Written Jul 20, 2010 in Bologna
Revised Jun 19, 2011 in Milano
Non chiedetemi una presentazione ufficiale. E’ solo una cosa che volevo fare da un po’ di tempo, forse molto, ma con una certa insistenza con me stesso da un annetto e qualche manciata di mesi. Ho un po’ di cose da dire che spaziano dalle cose di cui mi occupo ad altre più intime, e vorrei trattare le prime più liberamente che nel mio lavoro, e le seconde porle, a volte gentilmente a volte urlandole, a qualcuno là fuori, invece che tenermele sempre dentro (la testa o il disco fisso).
Magari nemmeno serve, una presentazione. Scrivo queste righe di getto in un ambiente a me congeniale in una delle (tante) città in cui ho vissuto negli ultimi, convulsi anni. Butto là giusto qualche ipotesi di senso per farvi capire com è nata l’idea.
Uno. Qualche anno fa sono rimasto per tre mesi in una grossa città americana, ed è stata un’esperienza agrodolce condita da lati oscuri alternati, o mescolati, a grandi euforie. Sull’onda di queste ultime aprii un blog che si chiamava madnewyorker: lo seguirono in pochissimi (anche perché non fui molto prolifico: due post, e pure un po’ lunghetti forse), qualcuno entusiasta. Adesso spero ci sia qualcuno in più che forse, una volta ogni tanto, ha voglia di discutere dei problemi che solleverò o magari prova semplicemente piacere nel leggermi.
Due. Per lavoro, negli ultimi 5-6 anni ho letto tantissimo di argomenti che intuite o di cui sapete anche voi, se state leggendo queste righe. In alcuni, rari casi ho seguito pubblicazioni e riviste in modo abbastanza costante, che esulassero da libri o altri luoghi di espressione della “conoscenza di base” – questa cosa sfuggente e fuori dal tempo, che a dispetto del suo nome tutti ignorano, fuorché gli specialisti – funzionale agli obiettivi lavorativi di quel momento. Non sono un lettore di quotidiani né posso definirmi, in generale, interessato al quotidiano. Ma ho alcuni interessi profondi di cui vorrei discutere qui con voi. Spesso, tra quelle rare riviste di cui sopra, mi vedrete partire da qualche spunto della "Domenica" de Il Sole 24 Ore, che è stata e rimane un riferimento importante per questioni di economia dell’arte, cultura in genere, letteratura e "scienze sociali" come economia e psicologia (senza dimenticare, anzi privilegiando la filosofia e i saperi sociali ai fondamenti di quelle discipline). E, negli ultimi mesi, fortunatamente il tempo e l'interesse nei confronti di cose che non fossero, appunto, funzionali all'esigenza professionale del momento sono aumentati, e così gli spunti. Per i post su questi temi, cercate la tag: culturaeconomia.
Tre. Decido di rimettermi a scrivere di tanto in tanto, a intervalli anche molto lunghi. Quando capita di solito mi piace, anche se non sono mai soddisfatto al 100% di quello che scrivo (ma questa è la vita). A fine 2007 ho esposto a un amico un’idea per una cosa, buttata giù in fretta e furia in quello strano, sovraccarico Natale udinese, e lui leggendola mi ha detto: che bello. Poi non se n’è fatto nulla (quella cosa giace tuttora in forma di proverbiale sogno nel cassetto), ma intanto aveva risvegliato in me il piacere di scrivere, scrivere qualcosa. È seguìto un intervallo di vita lungo (come al solito), ma soprattutto travagliato (più del solito), al termine del quale mi si è liberato del tempo e dell’energia mentale per scrivere. A volte ho anche pensato di aver ripreso per disinteresse o scarso coinvolgimento nei confronti di quello che stavo facendo come lavoro. Questo non mi piace. Ripensando la cosa, può semplicemente essere che adesso ci sia del tempo, e forse dell'ispirazione, per scrivere qualcosa di piacevole, fuori dal lavoro, magari trattando anche di cose che col mio lavoro c'entrano eccome. Così qualche mese fa ho chiesto allo stesso amico di cui sopra come si fa a mettere su un blog, che poi è una domanda inutile, ché non ci vuole davvero nulla. Ed eccomi qua, pronto a partire.
A tra qualche post, spero.
Revised Jun 19, 2011 in Milano
Non chiedetemi una presentazione ufficiale. E’ solo una cosa che volevo fare da un po’ di tempo, forse molto, ma con una certa insistenza con me stesso da un annetto e qualche manciata di mesi. Ho un po’ di cose da dire che spaziano dalle cose di cui mi occupo ad altre più intime, e vorrei trattare le prime più liberamente che nel mio lavoro, e le seconde porle, a volte gentilmente a volte urlandole, a qualcuno là fuori, invece che tenermele sempre dentro (la testa o il disco fisso).
Magari nemmeno serve, una presentazione. Scrivo queste righe di getto in un ambiente a me congeniale in una delle (tante) città in cui ho vissuto negli ultimi, convulsi anni. Butto là giusto qualche ipotesi di senso per farvi capire com è nata l’idea.
Uno. Qualche anno fa sono rimasto per tre mesi in una grossa città americana, ed è stata un’esperienza agrodolce condita da lati oscuri alternati, o mescolati, a grandi euforie. Sull’onda di queste ultime aprii un blog che si chiamava madnewyorker: lo seguirono in pochissimi (anche perché non fui molto prolifico: due post, e pure un po’ lunghetti forse), qualcuno entusiasta. Adesso spero ci sia qualcuno in più che forse, una volta ogni tanto, ha voglia di discutere dei problemi che solleverò o magari prova semplicemente piacere nel leggermi.
Due. Per lavoro, negli ultimi 5-6 anni ho letto tantissimo di argomenti che intuite o di cui sapete anche voi, se state leggendo queste righe. In alcuni, rari casi ho seguito pubblicazioni e riviste in modo abbastanza costante, che esulassero da libri o altri luoghi di espressione della “conoscenza di base” – questa cosa sfuggente e fuori dal tempo, che a dispetto del suo nome tutti ignorano, fuorché gli specialisti – funzionale agli obiettivi lavorativi di quel momento. Non sono un lettore di quotidiani né posso definirmi, in generale, interessato al quotidiano. Ma ho alcuni interessi profondi di cui vorrei discutere qui con voi. Spesso, tra quelle rare riviste di cui sopra, mi vedrete partire da qualche spunto della "Domenica" de Il Sole 24 Ore, che è stata e rimane un riferimento importante per questioni di economia dell’arte, cultura in genere, letteratura e "scienze sociali" come economia e psicologia (senza dimenticare, anzi privilegiando la filosofia e i saperi sociali ai fondamenti di quelle discipline). E, negli ultimi mesi, fortunatamente il tempo e l'interesse nei confronti di cose che non fossero, appunto, funzionali all'esigenza professionale del momento sono aumentati, e così gli spunti. Per i post su questi temi, cercate la tag: culturaeconomia.
Tre. Decido di rimettermi a scrivere di tanto in tanto, a intervalli anche molto lunghi. Quando capita di solito mi piace, anche se non sono mai soddisfatto al 100% di quello che scrivo (ma questa è la vita). A fine 2007 ho esposto a un amico un’idea per una cosa, buttata giù in fretta e furia in quello strano, sovraccarico Natale udinese, e lui leggendola mi ha detto: che bello. Poi non se n’è fatto nulla (quella cosa giace tuttora in forma di proverbiale sogno nel cassetto), ma intanto aveva risvegliato in me il piacere di scrivere, scrivere qualcosa. È seguìto un intervallo di vita lungo (come al solito), ma soprattutto travagliato (più del solito), al termine del quale mi si è liberato del tempo e dell’energia mentale per scrivere. A volte ho anche pensato di aver ripreso per disinteresse o scarso coinvolgimento nei confronti di quello che stavo facendo come lavoro. Questo non mi piace. Ripensando la cosa, può semplicemente essere che adesso ci sia del tempo, e forse dell'ispirazione, per scrivere qualcosa di piacevole, fuori dal lavoro, magari trattando anche di cose che col mio lavoro c'entrano eccome. Così qualche mese fa ho chiesto allo stesso amico di cui sopra come si fa a mettere su un blog, che poi è una domanda inutile, ché non ci vuole davvero nulla. Ed eccomi qua, pronto a partire.
A tra qualche post, spero.
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